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Capitolo ottavo

Un campione della verità


Sul trono della Germania era salito un nuovo imperatore, Carlo V. Roma si affrettò a fargli le sue congratulazioni e a chiedere al monarca di agire contro la Riforma. L'elettore di Sassonia, invece, al quale Carlo era molto debitore della corona, esortava l'imperatore a non procedere contro Lutero, fino a che non gli avesse concesso un'udienza. Carlo V si trovò così in grande perplessità e in serio imbarazzo. Mentre i seguaci del papa chiedevano un editto che condannasse a morte Lutero, l'elettore affermava con fermezza che « né la maestà imperiale, né alcun'altra persona aveva dimostrato che gli scritti di Lutero fossero stati refutati ». Perciò egli chiedeva che « il dottor Lutero fosse munito di un salvacondotto che gli permettesse di presentarsi dinanzi a un tribunale di giudici dotti, pii e imparziali » D'Aubigné, vol. 6, cap. 1 l.

L'attenzione di tutti, ora, si volgeva verso il raduno degli stati tedeschi che avrebbe avuto luogo a Worms poco dopo l'ascesa al trono di Carlo V. In quel consiglio nazionale sarebbero stati esaminati importanti problemi di carattere politico. Per la prima volta i principi tedeschi si sarebbero incontrati col loro giovane monarca in un'assemblea legislativa. Da tutte le parti della Germania convenivano a Worms i dignitari della chiesa e dello stato. Nobili signori potenti, gelosi dei loro diritti ereditari; ecclesiastici di alto lignaggio che facevano sfoggio della loro autorità; cavalieri di corte accompagnati da scorte armate; ambasciatori provenienti da lontane terre straniere: tutti si recavano a Worms. Eppure, in quel grande consesso, l'argomento che suscitava il più profondo interesse era la causa del riformatore sassone.

In precedenza, Carlo V aveva suggerito all'elettore di venire alla dieta accompagnato da Lutero, al quale assicurava la sua protezione e una libera discussione con uomini competenti delle questioni, oggetto della disputa. Lutero, a sua volta, era ansioso di comparire davanti all'imperatore. In quel tempo la sua salute era precaria, nondimeno egli scrisse all'elettore: « Se io non potrò andare a Worms in buone condizioni fisiche, mi ci farò trasportare malato come sono. L'imperatore mi chiama, e io non dubito che tale invito non venga da Dio stesso. Se essi intendono usarmi violenza, il che è probabile (in quanto l'ordine di comparizione non mi è stato rimesso perché i miei avversari desiderino accettare i miei insegnamenti), io rimetto ogni cosa nelle mani del Signore. Tuttora vive e tuttora regna Colui che protesse i tre giovani nella fornace ardente. Se Egli non mi dovesse salvare, ebbene: in fondo la mia vita ha ben scarsa importanza. Impediamo che l'Evangelo sia esposto allo scherno degli empi. Spargiamo il sangue, purché essi non trionfino. Non sta a me decidere se la mia vita o la mia morte contribuirà alla salvezza di tutti... Da me potete aspettarvi qualunque cosa salvo la fuga o l'abiura. Io non posso sottrarmi, né tanto meno ritrattare » Idem, vol. 7, cap. l.

Non appena a Worms si seppe che Lutero sarebbe comparso dinanzi alla dieta, nacque un vivo fermento. Aleandro, il legato papale cui era stato affidato il compito di occuparsi della vertenza, era allarmato e furibondo. Si rendeva conto che l'esito del dibattito sarebbe stato disastroso per la causa papale. Prendere in esame un caso per il quale il papa aveva gia emesso una sentenza di condanna, significava mettere in discussione l'autorità del sommo pontefice. Inoltre, egli temeva che gli eloquenti e vigorosi argomenti di Lutero riuscissero a sottrarre non pochi principi al partito del papa. Perciò si affrettò a fare le sue rimostranze a Carlo V, insistendo perché non si facesse venire il riformatore a Worms. Fu intorno a quell'epoca che apparve la bolla di scomunica contro Lutero. Questo fatto, unito alle argomentazioní del legato, indusse l'imperatore a cedere. Egli scrisse all'elettore che Lutero, se non intendeva ritrattarsi, poteva rimanersene a Wittenberg.

Non contento di questa vittoria, Aleandro si adoperò con tutte le forze e con tutta l'astuzia di cui era capace, per ottenere la condanna di Lutero. Con una tenacia degna di migliore causa, egli sottopose la cosa all'attenzione dei principi, dei prelati e degli altri esponenti dell'assemblea, accusando il riformatore di « sedizione, ribellione, empietà e bestemmia ». Però la veemenza e la passione di cui dava prova manifestavano in maniera troppo evidente lo spirito che lo animava. « Egli è mosso più dall'odio e dalla sete di vendetta », fu l'osservazione generale, « che dallo zelo e dalla pietà » Ibidem. La maggioranza dei componenti la dieta si sentirono più che mai portati a considerare la causa di Lutero con favore.

Con raddoppiato zelo, Aleandro ricordò all'imperatore il 'dovere che questi aveva di eseguire gli editti papali. Però, date le vigenti leggi della Germania, ciò non poteva essere fatto senza il consenso dei principi. Carlo, alla fine, cedendo alle insistenze del legato romano, autorizzò Aleandro a sottoporre il caso alla dieta. « Per il nunzio quello fu un gran giorno. Grande era l'assemblea, e ancora più grande era la causa in esame. Aleandro rappresentava Roma... madre e signora di tutte le chiese ». Egli doveva rivendicare la supremazia di Pietro dinanzi ai maggiori esponenti del mondo cristiano. « Aleandro aveva il dono dell'eloquenza, e ancora una volta si dimostrò all'altezza della situazione. La Provvidenza volle che Roma, prima di essere condannata, fosse rappresentata e difesa dal suo più abile oratore, alla presenza del tribunale più augusto » Wylie, vol. 6, cap. 4. Con giustificato timore, quanti erano favorevoli al riformatore prevedevano gli effetti del discorso di Aleandro. L'elettore di Sassonia non era presente, ma aveva incaricato alcuni suoi consiglieri di parteciparvi e di prendere appunti su quanto il nunzio avrebbe detto.

Con tutta la forza del sapere e dell'eloquenza, Aleandro si dispose ad abbattere la verità. Accusa su accusa fu da lui scagliata contro Lutero, considerato nemico della chiesa e dello stato, dei vivi e dei morti, del clero e dei laici, dei concili e dei singoli cristiani. « Negli errori di Lutero », egli disse, « ce n'è abbastanza per far bruciare centomila eretici! ».

Concludendo, egli si sforzò di gettare il discredito sugli aderenti alla fede riformata. « Che cosa sono tutti questi luterani? Un gruppo di insolenti pedagoghi, di preti corrotti, di monaci dissoluti, di avvocati ignoranti, di nobili degradati, uniti col popolo comune- che essi sono riusciti a sviare e a pervertire. Com'è loro superiore il partito cattolico, sia per numero che per capacità e potenza! Un decreto unanime, da parte di questa illustre assemblea, varrà a illuminare i semplici, ad avvertire gli imprudenti, a far decidere i tentennanti e a fortificare i deboli » D'Aubigné, vol. 7, cap. 3.

In tutti i tempi i difensori della verità sono stati attaccati con le stesse armi. Gli stessi argomenti sono tuttora adoperati contro chi ardisce presentare, in contrasto con gli errori invalsi, i chiari e diretti insegnamenti della Parola di Dio. « Chi sono questi predicatori di nuove dottrine? », esclamano coloro che desiderano una religione popolare. « Sono privi di cultura, sono numericamente pochi e appartengono alla classe più povera della società. Eppure, pretendono di avere la verità e di essere il popolo eletto di Dio! Essi sono solo degli ignoranti e degli illusi. Come è superiore, per numero e per prestigio, la nostra chiesa! Quanti uomini grandi e dotti ci sono in mezzo a noi! Quanto maggiore è la potenza che sta dalla parte nostra! ». Questi sono gli argomenti che fanno presa sul mondo; però essi anche oggi non sono più conclusivi di quanto non lo fossero ai tempi del riformatore.

La Riforma non finì con Lutero, come forse alcuni pensano. Essa deve proseguire sino alla fine della storia del mondo. Lutero aveva una grande opera da compiere: far risplendere sugli altri la luce che Dio aveva fatto brillare su di lui. Egli, però, non ricevette tutta la luce che doveva essere data al mondo. Da allora, e fino ai nostri giorni, nuova luce ha continuato a scaturire dalle Scritture, e nuove verità sono state a mano a mano conosciute.

Il discorso del prelato produsse una profonda impressione sulla dieta. Lutero non era presente per affrontare il campione papale con le chiare e convincenti verità tratte dalla Parola di Dio. Nessun tentativo fu fatto per difendere il riformatore, ed era evidente la generale disposizione non solo a condannare Lutero e le sue dottrine, ma anche, se possibile, a sradicare l'eresia. Roma aveva goduto della più favorevole opportunità di difendere la propria causa. Tutto quello che essa poteva dire a sua difesa era stato detto. Però quell'apparente vittoria fu il segnale della sconfitta. Da quel momento crebbe e si andò facendo sempre più netto il contrasto fra verità ed errore. Da quel giorno Roma non sarebbe più stata sicura come lo era stata fino ad allora.

Mentre la maggior parte dei membri della dieta non avrebbero esitato a consegnare Lutero alla vendetta di Roma, molti di essi si rendevano conto - e la deploravano - della depravazione esistente nella chiesa, e desideravano la soppressione di quegli abusi che opprimevano il popolo tedesco a causa della corruzione e dell'ingordigia ecclesiastiche. Il legato aveva presentato il governo papale sotto la luce più favorevole. Il Signore, però, si servì di un membro influente della dieta perché fosse reso noto il vero volto della tirannia papale. Con nobile fermezza, il duca Giorgio di Sassonia si alzò in quell'assemblea di principi, e con una tremenda precisione non esitò a elencare gli inganni e le abominazioni del papato, con i risultati deprimenti che ne derivavano. Concludendo disse:

« Questi sono alcuni degli abusi che gridano contro Roma. Ogni ritegno è stato abbandonato e il loro unico obiettivo è... denaro, denaro, denaro._ sì che i predicatori che dovrebbero insegnare la verità, altro non predicano che falsità; e non solo sono tollerati, ma vengono addirittura ricompensati, perché maggiori sono le loro menzogne, maggiore è il loro guadagno. t da questa triste sorgente che sgorgano tali acque inquinate. La corruzione tende la mano all'avarizia... Ahimè, è lo scandalo dato dal clero che spinge tante anime all'eterna dannazione necessaria una riforma generale! » Idem, vol. 7, cap. 4.

Lo-stesso Lutero non avrebbe potuto fare una più abile ed energica denuncia degli abusi papali. Il fatto, poi, che l'oratore fosse nemico dichiarato di Lutero, dava alle sue parole una forza ancora più grande.

Se gli occhi dei presenti fossero stati aperti, avrebbero visto in mezzo a loro gli angeli di Dio gettare raggi di luce per dissipare le tenebre dell'errore e schiudere menti e cuori all'accettazione della verità. La potenza dell'Iddio di verità e di sapienza dominava gli stessi avversari della Riforma, e preparava la via alla grande opera che doveva essere fatta. Martin Lutero non era presente, però in quel congresso si era fatta udire la voce di Uno più grande di lui.

La dieta nominò una commissione incaricata di redigere un elenco delle oppressioni papali che tanto fortemente gravavano sul popolo tedesco. La lista, che conteneva ben cento e una specificazioni, fu presentata all'imperatore, accompagnata dalla richiesta di prendere immediatamente le misure necessarie per la repressione di tali abusi. « Quanta perdita di anime », dicevano i compilatori della lista, « quante depredazíoni, quante estorsioni in seguito agli scandali che circondano il capo spirituale della cristianità! PE nostro dovere impedire sia la rovina che il disonore del nostro popolo. Per questo, molto umilmente ma con insistenza imploriamo che si ordini una riforma generale e si vegli sulla sua attuazione » Ibidem.

Il concilio, allora, chiese che il riformatore fosse convocato dinanzi all'assemblea. Nonostante l'opposizione, le proteste e le minacce di Aleandro, l'imperatore finì con l'accondiscendere alla richiesta, e Lutero venne invitato a presentarsi alla dieta. L'invito era accompagnato da un salvacondotto che gli garantiva il ritorno in piena sicurezza. Invito e salvacondotto furono recati a Wittenberg da un araldo incaricato di accompagnare Lutero a Worms.

Gli amici di Lutero erano terrificati e sgomenti. Consapevoli dei pregiudizi e dell'inimicizia di cui il riformatore era l'oggetto, temevano la violazione del salvacondotto ed esortavano Lutero a non mettere a repentaglio la sua vita. Egli rispose: « I papisti desiderano non tanto la mia andata a Worms quanto la mia condanna e la mia morte. Questo, però, non ha molta importanza. Perciò, pregate non per me, ma per la Parola di Dio... Che Cristo mi dia il suo Spirito per vincere i ministri dell'errore. lo li ho disprezzati in vita e ne trionferò con la mia morte. Essi, a Worms, si adoperano per indurmi all'abiura; ebbene, questa sarà la mia ritrattazione: prima dicevo che il papa era il vicario di Cristo; ora affermo che egli è l'avversario del nostro Signore e l'apostolo del diavolo! » Idem, vol. 7, cap. 6.

Lutero non fece quel pericoloso viaggio da solo. Oltre al messaggero imperiale, vi erano con lui tre amici fedeli. Anche Melantone avrebbe voluto unirsi a loro, perché il suo cuore era legato a quello di Lutero e intendeva seguire l'amico, condividendone, se necessario, il carcere e la morte. Però la sua proposta fu respinta. Se Lutero fosse morto, le speranze della Riforma avrebbero dovuto accentrarsi sul giovane collaboratore. Prima di partire per WormsI Lutero disse a Melantone: « Se io non dovessi ritornare, continua a insegnare e rimani saldo nella fede. Lavora al mio posto... Se tu sopravvivi, la mia morte avrà poca conseguenza » Idem, vol. 7, cap. 7. Studenti e cittadini, riunitisi per assistere alla partenza di Lutero, erano profondamente commossi. La moltitudine di quanti erano stati toccati dal Vangelo lo salutò con lacrime. Fu così che il riformatore e i suoi compagni lasciarono Wittenberg.

Lungo il viaggio essi ebbero modo di notare come la gente fosse pervasa da tristi presentimenti. In certe località non furono oggetto di alcuna attenzione. Fermatisi in una cittadina per trascorrervi la notte, un prete amico espresse i propri timori mettendo sotto gli occhi di Lutero il ritratto di un riformatore italiano che aveva subìto il martirio. L'indomani seppero che a Worms erano stati condannati gli scritti di Lutero. Messaggeri imperiali andavano attorno proclamando il decreto dell'imperatore che invitava la gente a consegnare ai magistrati le opere incriminate. L'araldo, temendo per la sicurezza di Lutero e pensando che la sua risolutezza fosse scossa, gli chiese se intendeva ancora proseguire il viaggio. La risposta fu: « Sebbene io sia interdetto in ogni città, andrò ugualmente avanti » Ibidem.

A Erfurt, Lutero venne accolto con onori. Circondato da una folla ammirata, percorse le vie che anni prima aveva calcato col suo sacco di frate mendicante. Visitò la sua cella nel convento e rievocò le lotte attraverso le quali la luce che aveva illuminato la sua anima si era propagata per tutta la Germania. Fu invitato a predicare. La cosa glì era stata vietata, ma l'araldo glielo permise, ed egli potè così salire sul pulpito.

Dinanzi a un folto pubblico, il riformatore parlò sulle parole di Gesù: « Pace a voi! » . « Filosfi dottori e scrittori », disse, « si sono aff atícati per indicare agli uomini la via per avere la vita eterna; ma non vi sono riusciti. lo 1 ora, vi dirò... Dio ha risuscitato dai morti un uomo, il Signore Gesu Cristo, affinché Egli distruggesse la morte, estirpasse il peccato e chiudesse le porte dell'inferno. Questa è l'opera della salvezza... Cristo ha vinto: ecco il lieto annuncio. Voi siete salvati, non per le vostre opere, ma per la sua opera... Il nostro Signore ha detto: 'Tace a voi. Guardate le mie mani!". Ciò significa: "Uomo, guarda: sono io, io solo che ho tolto via il tuo peccato e ti ho riscattato. Ora tu hai la pace". Questo vi dice il Signore ».

Proseguì dimostrando che la vera fede è manifestata da una vita santa. « Poiché Dio ci ha salvati, facciamo in modo che le nostre opere gli siano accette. Sei ricco? Ebbene, che i tuoi beni servano anche a sopperire alle necessità dei poveri. Sei povero? Che il tuo servizio sia accetto al ricco. Se il tuo lavoro è utile solo a te, il servizio che pretendi offrire a Dio è pura menzogna » Ibidem.

La gente ascoltava a bocca aperta. Il pane della vita era spezzato a quelle anime affamate, dinanzi alle quali Cristo veniva innalzato al di sopra dei papi, dei legati, degli imperatori e dei re. Lutero non fece parola della sua pericolosa situazione, né cercò di richiamare su di sé il pensiero e la simpatia degli altri. Nella contemplazione di Cristo, egli aveva perduto di vista il proprio io. Nascondendosi dietro l'Uomo del Calvario, sì sforzava di presentare Gesù, il Redentore dei peccatori.

Via via che Lutero proseguiva il suo viaggio, notava il crescente interesse delle popolazioni. Le moltitudini lo circondavano, e voci amiche lo avvertivano circa gli scopi dei papisti. « Essi ti bruceranno »; dicevano alcuni, « e ridurranno il tuo corpo in cenere, come fecero con Giovanni Huss ». Lutero rispondeva: « Se anche accendessero un fuoco da Worms a Wittenberg, fuoco le cui fiamme giungessero fino al cielo, ìo lo attraverserei nel nome del Signore, per presentarmi dinanzi a loro, entrare nelle fauci di questo behemot (animale mostruoso. N.d.T.), spezzargli i denti, confessando il Signore Gesù Cristo » Ibidem.

La notizia del suo approssimarsi a Worms provocò un vivo fermento. Gli amici temevano per la sua incolumità, mentre i nemici temevano per la riuscita della loro causa. Furono fatti strenui sforzi per dissuaderlo di entrare nella città. Su istigazione dei papisti, gli fu consigliato di rifugiarsi nel castello di un cavaliere amico dove, gli si diceva, tutte le difficoltà sarebbero state amichevolmente appianate. Gli amici cercavano di alimentare i suoi timorì, descrivendo i pericoli che lo minacciavano. Ogni sforzo, però, fu vano: Lutero fu incrollabile, e dichiarò: « Se a Worms ci fossero tanti diavoli quanti sono i tegoli sui tetti delle case, io vi entrerei » Ibidem.

Al suo arrivo a Worms, una gran folla si accalcò alle porte della città per dargli il benvenuto. Simile concorso di popolo non si era visto neppure in occasione dell'omaggio tributato allo stesso imperatore. Intensa era l'agitazione. Di mezzo alla folla saliva una voce lamentosa che cantava un inno funebre, quasi volesse avvertire Lutero della sorte che lo aspettava. « Dio sarà la mia difesa », egli disse mentre scendeva dalla carrozza che lo aveva trasportato fin là.

I papisti non credevano che Lutero si sarebbe avventurato a presentarsi a Worms, e percio il suo arrivo li riempì di costernazione. L'imperatore chiese ai propri consiglieri quale linea di condotta gli convenisse seguire. Uno dei vescovi - un rigido seguace del papa - dichiarò: « Ci siamo a lungo consultati su questo argomento: che sua Maestà imperiale si sbarazzi subito di quest'uomo. Sigismondo non fece bruciare Giovanni Huss? Noi non siamo tenuti a dare o a rispettare il salvacondotto dì un eretico ». « No! » rispose l'imperatore; « noi dobbiamo mantenere la parola data » Idem, vol. 7, cap. 8. Fu così deciso che il riformatore fosse ascoltato.

Tutta la città era ansiosa di vedere quell'uomo notevole, e ben presto una vera processione di visitatori si avviò verso il luogo dove egli alloggiava. Lutero si era appena ristabilito dalla precedente malattia, era stanco di un viaggio faticoso durato due settimane, e doveva pre~ pararsi per affrontare, l'indomani, gli eventi decisivi della sua vita. Aveva percio bisogno di quiete e di riposo. Però così grande era il desiderio della folla di vederlo che egli, dopo poche ore di riposo, si vide costretto ad accogliere quanti venivano a lui: nobili, cavalieri, sacerdoti, cittadini. Fra questi vi erano molti membri della nobiltà i quali avevano chiesto all'imperatore una riforma degli abusi ecclesiastici e che, come dice Lutero « erano stati liberati dal mio Evangelo » Martyn, Life and Times of Luther, p. 393. Nemici e amici venivano a vedere l'indomabile monaco, ed egli accoglieva tutti e a tutti rispondeva con dignità e saggezza. Il suo comportamento emanava fermezza e coraggio. Il suo volto pallido, magro, segnato dalla fatica e dalla malattia, aveva sempre un'e spressione lieta e gentile. La solennità e la sincerità delle sue parole gli davano una forza che gli stessi nemici erano incapaci di sostenere. Amici e avversari erano stupiti. Alcuni si convincevano che egli era sostenuto da una forza divina, mentre altri - come i farisei con Gesù dicevano: « Egli ha il demonio! ».

L'indomani, Lutero fu invitato a presentarsi dinanzi alla dieta. Un ufficiale imperiale ebbe l'incarico di scortarlo fino alla sala di udienza. Non fu un compito facile raggiungerla, perché ogni strada era gremita di persone che volevano vedere il monaco che aveva osato resistere all'autorità del papa.

Al momento di comparire dinanzi ai giudici, un vecchio generale, eroe di molte battaglie, gli disse con bontà: « Povero monaco, povero monaco, tu stai per occupare una posizione molto più nobile di quella che io o qualsiasi altro comandante abbia mai occupato nelle più sanguinose battaglie. Se la tua causa è giusta e tu ne sei convinto, vai avanti nel nome di Dio e non aver paura di nulla. Dio non ti abbandonerà » D'Aubigné, vol. 7, cap. 8.

Finalmente Lutero si trovò alla presenza del concilio. L'imperatore era seduto sul trono, circondato dai più illustri personaggi dell'impero. Mai un uomo si era trovato al cospetto di un'assemblea più imponente di quella dinanzi alla quale Lutero era chiamato a rispondere della sua fede. « Questa sua comparizione era, di per se stessa, una vittoria segnalata sul papato. Il papa aveva condannato quell'uomo: ed ecco che egli si trovava ora di fronte a un tribunale che, per questo stesso atto, si metteva al di sopra del papa. Il papa l'aveva scomunicato e bandito dalla società, ma le autorità si rivolgevano a lui con un linguaggio rispettoso e lo ricevevano davanti alla più augusta assemblea del mondo. Il papa l'aveva condannato a perpetuo silenzio: ed ecco che invece Lutero stava per parlare al cospetto di migliaia di attenti ascoltatori convenuti dalle più remote parti del mondo cristiano. Per mezzo di quel riformatore si stava verificando un'immensa rivoluzione. Roma già cominciava a scendere dal suo trono, e questa sua umiliazione era stata provocata dalla voce di un monaco » Ibidem.

Dinanzi a quella potente assemblea, il riformatore, di umili origini, sembrava imbarazzato e sgomento. Vari principi, notando la sua emozione, gli si accostarono, e uno di essi gli sussurrò: « Non temere coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccider l'anima! ». Un altro disse: « E sarete menati davanti a governatori e re per cagion mia nel mio nome, lo Spirito del Padre vostro vi suggerirà quello che dovete dire ». Così le parole di Cristo erano ricordate dai più grandi uomini del mondo, per fortificare il suo servo nell'ora della prova.

Lutero fu accompagnato al posto àssegnatogli, proprio di fronte al trono dell'imperatore. Un profondo silenzio si fece in quell'augusta assemblea. Un ufficiale imperiale si alzò e, additando una raccolta di scritti del riformatore, chiese che questi rispondesse a due domande -. se egli, cioè, li riconoscesse per suoi e se fosse disposto a ritrattare le opinioni espresse in essi. Essendo stati letti i titoli, Lutero rispose che li riconosceva per suoi. « Quanto alla seconda domanda », egli disse, « dato che si tratta di cosa che riguarda la fede e la salvezza delle anime e coinvolge il tesoro più prezioso del cielo e della terra, cioè la Parola di Dio, io non vorrei agire con imprudenza, il che avverrebbe se io rispondessi senza riflettere. Potrei affermare meno di quello che le circostanze esigono o più di quello che la verità richiede. In tal modo io peccherei contro le parole di Cristo: "Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli" Matteo 10: 33. Per questa ragione, io chiedo in tutta umiltà alla Maestà vostra che mi sia dato il tempo per rispondere senza recare offesa alla Parola di Dio » D'Aubigné, vol. 7, cap. 8.

Formulando questa richiesta, Lutero agiva con molta saggezza. Questo suo comportamento, infatti, convinse i presenti che egli non agiva spinto dall'impulso o dalla passione. Tanta calma- e tanta padronanza di sé, inattesi in chi si era dimostrato ardito oltre che deciso a non addivenire a compromessi di sorta, accresceva la sua forza e lo metteva in condizione di rispondere con una prudenza, una decisione, una saggezza e una dignità tali da sorprendere o contrariare gli avversari i quali si vedevano puniti della loro insolenza e del loro orgoglio.

Il giorno seguente egli doveva presentarsi per dare la risposta. Per un momento sentì il suo cuore venir meno, pensando alle forze coalizzate contro la verità. La sua fede ebbe un attimo di titubanza: timore e tremore lo invasero, e si sentì come sopraffatto dall'orrore. 1 pericoli andavano moltiplicandosi intorno a lui; pareva che i nemici stessero per trionfare, e sembrava che le potenze delle tenebre dovessero avere il sopravvento. Le nubi si addensavano sul suo capo, separandolo da Dio, ed egli bramava avere la certezza che il Signore degli eserciti sarebbe stato con lui. Con angoscia di spirito si gettò con la f accia per terra e si abbandonò a quei gridi strazianti e desolati che solo Dio può comprendere pienamente.

« Onnipotente ed eterno Iddio », implorò, « come è terribile questo mondo! Ecco, esso apre la sua bocca per inghiottirmi e io ho così poca fiducia in te... Se io ripongo la mia fiducia nella forza terrena, tutto è finito... La mia ultima ora è giunta; la mia condanna è stata pronunciata... Dio mio, aiutami contro la sapienza umana! Fallo... Tu solo... Perché questa non e opera mia: e il opera tua. lo non posso fare nulla per controbattere i grandi del mondo... Ma la causa è tua... ed è una causa giusta ed eterna. Signore, aiutami! Fedele e immutabile Dio, io non ripongo la mia fiducia in nessun uomo... Tutto ciò che è umano è incerto: tutto quello che procede dall'uomo viene meno... Tu mi hai scelto per quest'opera... sii al mio fianco, per amore del tuo diletto Figliuolo Gesù Cristo, che è la mia difesa, il mio scudo e il mio alto rifugio. Amen! » Ibidem.

Una lungimirante provvidenza di Dio aveva permesso che Lutero si rendesse conto del rischio e non confidasse nelle proprie forze, correndo, così, presuntuosamente incontro al pericolo. Nondimeno, non era il timore delle sofferenze personali, della tortura e della morte che lo riempiva di terrore: era giunta l'ora della crisi, ed egli sentiva la propria incapacità di affrontarla. A motivo della sua debolezza, la causa della verità poteva subire un rovescio. Perciò egli lottava con Dio, non per la propria salvezza, bensì per il trionfo del Vangelo. L'angoscia e il tormento della sua anima erano paragonabili a quelli provati da Giacobbe in quella lotta notturna sulle rive del solitario ruscello. Come Giacobbe, Lutero prevalse. Conscio della propria impotenza, egli si aggrappò a Cristo, suo potente liberatore, e si sentì fortificato dalla certezza che non sarebbe stato solo dinanzi al concilio. La pace scese nella sua anima ed egli si rallegrò di avere il privilegio di tenere alta la Parola di Dio dinanzi ai capi della nazione.

Con la mente ancorata in Dio, Lutero si accinse ad affrontare l'imminente cimento. Elaborò la sua risposta, esaminò alcuni passi dei suoi scritti, e attinse dalle Sacre Scritture valide prove a sostegno delle sue posizioni. Poi, posando la mano sinistra sul sacro Libro aperto dinanzi a sé, levò la destra verso il cielo e fece voto « di rimanere fedele al Vangelo e di confessare apertamente la propria fede, anche se con questo avesse dovuto suggellare la sua testimonianza col sangue » Ibedem.

Quando egli fu nuovamente introdotto alla presenza della dieta, il suo volto non recava traccia di timore o di imbarazzo. Calmo e tranquillo, con portamento nobile. e dignitoso, egli si levò come testimone di Dio in mezzo ai grandi della terra. L'ufficiale imperiale gli chiese quale fosse la sua decisione, e cioè se intendeva ritrattare le sue dottrine. Lutero rispose in tono umile e semplice, del tutto scevro da violenza o d a passione. Il suo contegno era rispettoso e deferente e ispirava tale fiducia e tale gioia che tutti ne furono sorpresi.

« Serenissimo imperatore, augusti principi, graziosi signori », esordì. « Mi ripresento oggi dinanzi a voi in conformità all'ordine datomi ieri e, per la misericordia di Dio, scongiuro la Maestà vostra e le vostre auguste grandezze di voler ascoltare con la dovuta benevolenza la difesa di una causa che, ne sono certo, è giusta e vera. Se per ignoranza io dovessi venir meno agli usi e alle esigenze delle corti, vi prego di volermi perdonare perché io non sono stato allevato nei palazzi dei re, ma nella oscurità di un convento » Ibidem.

Venendo alla domanda rivoltagli, egli affermò che le opere da lui pubblicate non erano tutte dello stesso carattere. In alcune di esse egli aveva trattato della fede e delle buone opere, e perfino i suoi avversari non le ritenevano nocive, anzi utili. Ritrattarle 'significava condannare quelle verità che tutti confessavano. Il secondo gruppo consisteva in scritti che esponevano la corruzione e gli abusi del Papato. Revocarli voleva dire rafforzare la tirannia di Roma e spalancare le porte a molte e grandi empietà. Nel terzo gruppo dei suoi libri, egli aveva attaccato individui colpevoli di avere difeso dei mali evidenti. Circa queste opere, egli francamente confessò di essere stato più violento del dovuto. Non pretendeva di essere senza colpe, però anche quei libri non potevano essere ripudiati perché, se lo avesse fatto, i nemici della verità si sarebbero imbaldanziti e avrebbero avuto così l'occasione di opprimere con maggiore crudeltà il popolo di Dio.

« Ad ogni modo, io non sono Dio: sono un semplice uomo », prosegui, « percio mi difenderò come fece il Cristo: "Se ho mal parlato, testimoniate del male"... Per la misericordia di Dio io vi scongiuro, serenissimo imperatore e illustrissimi principi, uomini di ogni ceto, di provarmi con gli scritti dei profeti e degli apostoli in che cosa ho sbagliato. Non appena sarò convinto di questo, ritratterò ogni errore e sarò il primo a prendere i miei libri e a gettarli nel fuoco ».

« Quello che ho detto mostra chiaramente, spero, che ho valutato e considerato accuratamente i pericoli ai quali mi espongo; però, lungi dall'essere allarmato, mi rallegro nel costatare che l'Evangelo è tuttora, come sempre lo è stato nei secoli, causa di turbamento e di dissenso. D'altra parte, è questo il destino della Parola di Dio. Gesù lo ha detto: "Io non sono venuto a mettere la pace, ma la spada". Dio è sublime e tremendo nei suoi consigli; perciò guardatevi che, nell'intento di eliminare le discussioni, non finiate col perseguitare la Parola di Dio e con l'attirare su voi un diluvio di insormontabili pericoli, di disastri presenti e di desolazioni eterne... Potrei citare numerosi esempi tratti dagli oracoli di Dio, parlare dei faraoni d'Egitto, dei re di Babilonia e d'Israele, le cui opere contribuirono largamente alla loro distruzione quando, ricorrendo a consigli in apparenza saggi, cercarono di rafforzare il proprio dominio. "Dio rimuove le montagne, ed essi non lo sanno" » Ibidem.

Lutero aveva parlato in tedesco; fu invitato a ripetere le stesse parole in latino. Sebbene egli fosse esausto per lo sforzo sostenuto, pure accondiscese alla richiesta e ripeté il discorso con la stessa chiarezza e la stessa energia di prima. Anche in questo si manifestò la provvidenza di Dio. Le menti di molti principi erano talmente accecate dall'errore e dalla superstizione, che durante il primo discorso non erano riuscite ad afferrare tutta la forza. dell'argomentazione di Lutero. Ma durante la ripetizione del discorso in latino, essi riconobbero la chiarezza dei punti presentati.

Quanti ostinatamente avevano chiuso gli occhi alla luce ed erano decisi a non lasciarsi convincere dalla verità, erano furibondi a motivo della potente parola di Lutero. Quando egli ebbe finito, il portavoce della dieta disse con voce irata: « Tu non hai risposto alla domanda che ti è stata fatta... Sei invitato, perciò, a dare una risposta chiara e precisa... Ritratti, sì o no? ».

Lutero rispose: « Siccome sua Maestà serenissima e le auguste autorità richiedono da me una risposta chiara, semplice e precisa, io la darò ed è questa: io non posso sottomettere la mia fede né al papa, né ai concili, perché è chiaro come la luce che essi si sono spesso sbagliati e contraddetti. Perciò, a meno che io non venga convinto mediante la testimonianza della Scrittura o dal più chiaro ragionamento, e che non sia persuaso mediante i passi da me citati, sì che la mia coscienza venga in tal modo legata dalla Parola di Dio, io non posso, né voglio ritrattare, perché per un cristiano è cosa pericolosa parlare contro la propria coscienza. Questa è la mia posizione. Non posso altrimenti. Che Dio mi aiuti. Amen » Ibidem.

Quell'uomo giusto si appoggiava sul sicuro fondamento della Parola di Dio. Il suo volto era illuminato da una luce celeste, e la grandezza e la purezza del suo carattere, la pace e la gioia del suo cuore erano manifeste a tutti, mentre egli parlava contro la potenza dell'errore e testimoniava di quella fede che vince il mondo.

Per alcuni istanti l'intera assemblea rimase muta di meraviglia. La prima volta che si era presentato alla dieta, Lutero aveva parlato con voce bassa, con atteggiamento rispettoso, quasi sottomesso. 1 papisti avevano interpretato la cosa come un'indicazione che il suo coraggio veniva meno, e ritenevano che la sua richiesta di una dilazione fosse il preludio dell'abiura. Carlo V stesso, notando quasi con sprezzo l'aspetto sofferente del frate, il suo abbigliamento modesto, la semplicità del suo linguaggio, aveva detto: « Questo monaco non farà mai di me un eretico! ». Il coraggio e la fermezza di cui ora Lutero dava prova, uniti alla forza e alla chiarezza del suo ragionamento, sorpresero tutti. L'imperatore, ammirato, esclamò: « Questo monaco parla con cuore intrepido e con coraggio incrollabile ». Molti principi tedeschi osservavano con gioia mista a orgoglio questo rappresentante della loro nazione.

I sostenitori di Roma erano sconfitti in quanto la loro causa appariva sotto una luce sfavorevole. Essi cercarono di conservare il loro potere non già ricorrendo alle Scritture, ma servendosi delle minacce, che sono l'immancabile argomento di Roma. Il portavoce della dieta disse: « Se non ritratti, l'imperatore e i principi si consulteranno circa la condotta da tenere nei confronti di un eretico incorreggibile ».

Gli amici di Lutero, che avevano ascoltato con gioia la sua nobile difesa, tremarono a queste parole; ma il riformatore stesso replicò con calma: « Che Dio mi aiuti, perché io non posso ritrattare nulla » Ibidem.

Egli fu invitato a ritirarsi, mentre i principi si consultavano. Ognuno si rendeva conto di essere arrivato a un punto critico. Il persistente rifiuto di Lutero a sottomettersi poteva influire per secoli sulla storia della chiesa. Fu deciso di dargli un'altra opportunità per ritrattare. Per l'ultima volta Lutero fu chiamato dinanzi all'assemblea, e di nuovo gli fu domandato se intendeva rinunciare alle sue dottrine. La sua risposta fu: « Io non ho altra risposta se non quella che ho già data ». Era evidente che egli non poteva essere indotto a cedere a Roma né con le promesse, né con le minacce.

Gli esponenti di Roma erano oltremodo contrariati nel vedere la loro autorità, che aveva fatto tremare i re e i nobili, schernita da un umile monaco, e intendevano far sentire a questi tutto il peso della loro ira. Lutero, resosi conto del pericolo che lo minacciava, aveva parlato con dignità e calma cristiane. Le sue parole erano state scevre da orgoglio, da passione e da infingimenti. Perdendo di vista se stesso e i grandi che lo circondavano, egli si era sentito alla presenza di Colui che è infinitamente superiore a papi, a prelati, a re e a imperatori. Attraverso la sua testimonianza aveva parlato Cristo, con una potenza e un'elevatezza tali che, almeno sul momento, avevano sorpreso e sgomentato amici e nemici. Lo Spirito di Dio era stato presente a quel concilio, provocando una profonda impressione nei cuori dei capi dell'impero. Vari principi riconobbero la giustizia della causa di Lutero; molti furono convinti della verità; ma per alcuni, invece, l'impressione riportata fu di breve durata. Ci fu anche un altro gruppo di persone che non espressero subito le proprie convinzioni ma che, in un secondo tempo, dopo un attento esame delle Scritture, divennero intrepidi sostenitori della Riforma.

L'elettore Federico, che aveva atteso con ansia l'apparizione dì Lutero dinanzi alla dieta, aveva ascoltato con viva emozione il discorso di questi e, con gioia mista a orgoglio, era stato spettatore del coraggio, della franchezza e della padronanza di sé dimostrati dal giovane dottore, per cui decise di schierarsi dalla sua parte. Egli contrastò i partiti contrari, consapevole che la sapienza dei papi, dei re e dei prelati era stata sconfitta dalla potenza della verità. Il papato aveva subìto una dìsfatta che si sarebbe fatta sentire in tutte le nazioni e in tutti i secoli futuri.

Quando il legato si rese conto dell'effetto prodotto dal discorso di Lutero, temette come mai prima per la sicurezza del potere romano, e decise di ricorrere a tutti i mezzi a sua disposizione per abbattere il riformatore. Con l'eloquenza e l'abilità diplomatica che lo distinguevano, egli spiegò al giovane imperatore la follia e il pericolo di sacrificare, per la causa di un frate insignificante, l'amicizia e il sostegno della potente sede romana.

Le sue parole sortirono l'effetto desiderato. L'indomani del discorso di Lutero, Carlo V fece leggere in piena dieta un messaggio nel quale egli annunciava ufficialmente la sua determinazione di seguire la politica dei suoi predecessori, mantenendo e proteggendo la religione cattolicoromana. Avendo Lutero rifiutato di ripudiare ì propri errori, le misure più drastiche dovevano essere prese contro di lui e contro le sue eresie. « Un frate, sviato dalla propria follia, si è levato contro la fede della cristianità. Per estirpare questa eresia io sono pronto a sacrificare i miei regni, i miei tesori, i miei amici, il mio corpo, il mio sangue, la mia anima, la mia vita. Nel rimandare l'agostiniano Lutero, gli proibisco di provocare nelle masse il benché minimo disordine. Procederò contro di !ui e contro i suoi aderenti, considerandoli eretici contumaci, avvalendomi della scomunica, dell'interdetto e di ogni altro mezzo che serva a distruggerli. Invito i membri degli stati a comportarsi da fedeli cristiani » Idem, vol. 7, cap. g. L'imperatore, comunque, dichiarò che il salvacondotto di Lutero sarebbe stato rispettato, e che prima di procedere contro di lui, si doveva dare a questi la possibilità di rientrare sano e salvo nella sua residenza.

A questo punto i membri della dieta espressero due pareri discordi: i rappresentanti del papa chiedevano che il salvacondotto del riformatore non fosse rispettato. « Il Reno », dicevano, « deve accogliere le sue ceneri, come un secolo fa accolse quelle di Huss » Ibidem. 1 principi dellaGermania, invece, sebbene fossero in favore del pontefice e nemici dichiarati di Lutero, protestarono contro tale idea, ritenendola una macchia per l'onore della nazione. Ricordarono le calamità che erano seguite alla morte di Huss, e dissero che non osavano richiamare sulla Germania e sul capo del loro giovane imperatore la ripetizione di quei terribili mali.

Lo stesso Carlo ebbe a dire: «. Anche se l'onore e la fede fossero banditi da tutto il mondo, dovrebbero trovare sempre un ricetto nel cuore dei principi » Ibidem. 1 più accaniti avversari di Lutero insistettero ancora perché Carlo si comportasse, verso di lui, come si era comportato Sigismondo con Giovanni Huss: abbandonarlo alla mercé della chiesa. L'imperatore, allora, rievocando la scena nella quale Huss dinanzi alla pubblica assemblea aveva additato le catene che lo imprigionavano e ricordato al monarca la promessa da lui fatta e violata, affermò: « lo non voglio arrossire come Sigismondo! » Lenfant, History of the Council of Constance, vol. 1, p. 422.

Carlo V aveva deliberatamente respinto la verità esposta da Lutero. « Io sono fermamente deciso a imitare l'esempio dei miei antenati », scrisse il monarca. D'Aubigné, vol. 7, cap. 9. Egli non intendeva abbandonare il sentiero della consuetudine, neppure per calcare la via della verità e della giustizia. Come i suoi padri, egli intendeva sostenere il papato con tutta la sua crudeltà e corruzione. Avendo preso questa decisione, egli rifiutò di accettare la luce che i suoi padri non avevano ricevuta o di sottomettersi a dei doveri che essi non avevano compiuto.

Anche ai nostri giorni sono molti coloro che come lui rimangono ancorati alle abitudini e alle tradizioni dei padri. Quando il Signore manda loro nuova luce, essi la respingono perché i loro padri, non avendola conosciuta, ovviamente non l'hanno accettata. Dato però che noi non viviamo più ai tempi dei nostri padri, è chiaro che i nostri doveri e le nostre responsabilità non sono gli stessi dei loro. Noi non potremo ricevere l'approvazione di Dio se ci atteniamo all'esempio dei nostri padri per decidere circa il nostro dovere, anziché studiare personalmente la Parola di verità. La nostra responsabilità e maggiore -di quella che avevano i nostri antenati. La nostra è una duplice responsabilità: verso la luce che essi ci hanno trasmesso e verso la luce ulteriore che mediante la Parola di Dio è giunta fino a noi.

Gesù disse dei giudei increduli: « Se io non fossi venuto, e non avessi loro parlato, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa alcuna del lor peccato » Giovanni 15: 22 (D). Questa stessa parola divina aveva parlato per mezzo di Lutero all'imperatore e ai principi della Germania. Mentre la luce si sprigionava dalla Parola di Dio, lo Spirito Santo, forse per l'ultima volta, rivolgeva un diretto appello a molti presenti in quell'assemblea. Come Pilato, che molti secoli prima aveva permesso all'orgoglio e all'ambizione di chiudergli il cuore alle parole del Redentore del mondo; come Felice che tremando aveva detto al messaggero di verità: « Al presente vattene; ma un'altra volta... io ti manderò a chiamare » Atti 24: 25; come Agrippa, che aveva detto: « Per poco non mi persuadi a diventar cristiano » Atti 26: 28, e si era distolto dal messaggio del cielo, così Carlo V, cedendo ai suggerimenti della politica e del rispetto umano, aveva deciso di respingere la luce della verità.

La notizia che drastiche misure sarebbero state prese nei confronti di Lutero, provocò un vivo fermento in tutta la città. Il riformatore si era fatti molti amici che, ben sapendo di quali crudeltà era capace Roma verso chi ardiva smascherare la sua corruzione, decisero di adope rarsì perché egli non venisse sacrificato. Centinaia di nobili si impegnarono a proteggerlo, e non pochi furono coloro che denunciarono il messaggio imperiale in quanto esso rivelava una supina sottomissione al potere romano. Sulle porte delle case e nei luoghi pubblici apparvero delle scritte per e contro Lutero. Una riportava le parole del Sapiente: « Guai a te, o paese il cui re è un fanciullo! » Ecclesiaste 10: 16. L'entusiasmo popolare in favore di Lutero, propagatosi in tutta la Germania, convinse Carlo e la dieta che qualsiasi atto di ingiustizia nei confronti del riformatore avrebbe messo in pericolo non solo la pace dell'impero, ma addirittura la stabilità del trono.

Federico di Sassonia, intanto, manteneva una studiata riservatezza, celando con massima cura i suoi reali sentimenti verso Lutero; ma seguiva con incessante vigilanza i suoi movimenti e quelli dei suoi nemici. Non mancavano, però, quelli che senza timore manifestavano la loro simpatia per il monaco di Wittenberg, che riceveva visite di principi, conti, baroni e persone di alto lignaggio, sia laici che ecclesiastici. « La piccola stanza del dottore », scriveva Spalatino, « è insufficiente ad accogliere tutti quelli che vanno a trovarlo » Martyn, vol. 1, p. 404. La gente lo considerava quasi sovrumano, e perfino quanti avversavano le sue dottrine non potevano fare a meno di ammirare la sua scrupolosa integrità che lo spingeva e sfidare la morte piuttosto che andare contro i dettami della propria coscienza.

Reiterati tentativi furono fatti per indurre Lutero a un compromesso con Roma. Nobili e principi gli fecero capire che se egli persisteva nell'attenersi al proprio giudizio anziché a quello della chiesa e dei concili, sarebbe stato bandito dall'impero e avrebbe finito col trovarsi senza difesa. A questo avvertimento egli rispose: « L'Evangelo di Cristo non può essere predicato senza pericolo... Perché, allora, il timore delle conseguenze dovrebbe separarmi dal Signore e dalla sua Parola che sola è verità? No! Preferisco esporre il mio corpo, il mio sangue, la mia vita » D'Aubigné, vol. 7, cap. 10.

Nuovamente sollecitato a sottomettersi al giudizio dell'imperatore, perché così non avrebbe avuto nulla da temere, Lutero rispose: « lo acconsento con tutto il cuore che l'imperatore, i principi e perfino il più umile dei cristiani esaminino e giudichino le mie opere, ma a condizione che essi prendano come regola di indagine la Parola di Dio. Gli uomini non debbono fare altro che ubbidire ad essa. Non cercate di forzare la mia coscienza: essa è legata, incatenata alle Sacre Scritture » Ibidem.

A un successivo invito, egli rispose: « Accondiscendo a rinunciare al mio salvacondotto, alla mia vita, alla mia persona che rimetto nelle mani dell'imperatore, ma non alla Parola di Dio: mai! » Ibidem. Egli era disposto a sottomettersi alle decisioni di un concilio generale, ma solo se esso si pronunciava secondo la Scrittura. « Per quanto riguarda la Parola di Dio e la fede », diceva, « ogni cristiano è. altrettanto buon giudice del papa, fosse pure questi sostenuto da milioni di concili » Martyn, vol. 1, p. 410. Alla fine, amici e nemici si convinsero che ogni tentativo per una riconciliazione sarebbe stato vano.

Se Lutero avesse ceduto su un solo punto, Satana e le sue schiere avrebbero riportato la vittoria. La sua incrollabile fermezza, perciò, fu strumento di emancipazione per la chiesa, oltre che punto di partenza di una Ara nuova e migliore. L'influsso di quest'uomo, che ardiva pensare e agire da sé nelle cose della religione, doveva farsi sentire sulla chiesa e sul mondo non solo allora, ma anche nelle future generazioni. La sua fermezza e la sua fedeltà avrebbero fortificato tutti coloro che, alla fine dei tempi, sarebbero dovuti passare per un'esperienza analoga. La potenza e la maestà di Dio prevalsero sul consiglio degli uomini e sul potere di Satana.

Lutero ricevette l'ordine, da parte delle autorità imperiali, di rientrare in sede. Egli sapeva che quell'ordine sarebbe stato presto seguito dalla sua condanna. Nubi minacciose si andavano addensando sul suo capo, però nel lasciare Worms il suo cuore era pieno di pace e di gioia: « Il diavolo stesso », diceva, « proteggeva la cittadella del papa, ma Cristo vi ha fatto una larga breccia e Satana è stato costretto a riconoscere che il Signore è più forte di lui! » D'Aubigné, vol. 7, cap. 1 l.

Dopo la partenza, Lutero, ancora desideroso. che la sua fermezza non fosse scambiata per ribellione, scrisse all'imperatore: « Dio, che investiga i cuori, mi è testimone che io sono sinceramente pronto a ubbidire a sua Maestà, in onore o in disonore, in vita e in morte, senza alcuna eccezione se non quella rappresentata dalla Parola di Dio, per la quale l'uomo ha vita. In tutte le cose di questa vita, la mia fedeltà non verrà mai meno, perché in essa la perdita e il guadagno non hanno conseguenza alcuna sulla salvezza. Quando, invece, sono in gioco gli interessi eterni, Dio non vuole che l'uomo si sottometta all'uomo, in quanto tale sottomissione nelle cose dello spirito è un vero culto, culto che deve essere tributato solo al Creatore » Ibidem.

Lungo il viaggio di ritorno da Worms, Lutero fu ovunque accolto con una cordialità maggiore di quella manifestatagli nel viaggio di andata. Alti prelati diedero il benvenuto al monaco scomunicato, e governatori civili onorarono l'uomo che era stato denunciato dall'imperatore. Invitato a predicare, egli accettò, nonostante il divieto imperiale, e salì sul pulpito: «.Io non mi sono mai impegnato a incatenare la Parola di Dio », disse, « né lo farò » Martyn, vol. 1, p. 420.

Egli aveva da poco lasciato Worms, quando i papisti riuscirono a strappare all'imperatore un editto contro Lutero. In esso, il riformatore veniva denunciato come « Satana stesso sotto forma di un uomo che indossa il saio di frate » D'Aubigné, vol. 7, cap. 1 l. Quel decreto ordinava che non appena il salvacondotto fosse scaduto, dovevano essere prese delle misure atte a mettere fine alla sua opera. Tutti erano diffidati di ospitarlo, di dargli cibi o bevande, di aiutarlo o favorirlo, in pubblico e in privato, con atti o con parole. Ovunque egli si fosse trovato, doveva essere preso e consegnato alle autorità. 1 suoi aderenti dovevano essere incarcerati e le loro proprietà confiscate. I suoi scritti dovevano essere distrutti e, infine, chiunque avesse osato agire contro questo decreto sarebbe stato incluso nella condanna da esso comminata. L'elettore di Sassonia e i principi amici di Lutero avevano lasciato Worms poco dopo la partenza del monaco, e così il decreto imperiale ebbe la sanzione della dieta. 1 partigiani di Roma giubilavano, certi che ormai le sorti della Riforma fossero decise.

In quell'ora di pericolo, Dio aveva provveduto una via di scampo per il suo servitore. Un occhio vigile aveva seguito le mosse di Lutero, e un cuore nobile e sincero aveva deciso di soccorrerlo. Era evidente che Roma poteva essere soddisfatta solo con la morte del riformatore, e che l'unico mezzo per sottrarlo alle fauci del leone era di nasconderlo. Dio diede a Federico di Sassonia la saggezza di escogitare un piano efficace che si attuò per merito dei fedeli amici dell'elettore, e per il quale Lutero fu efficacemente nascosto agli amici e ai nemici. Durante il viaggio, egli fu preso, separato da quanti lo accompagnavano e trasportato attraverso la foresta nel castello della Wartburg, isolata fortezza montana. Il rapimento e la scomparsa di Lutero furono avvolti da tanto mistero, che per molto tempo lo stesso Federico ignorò dove l'avessero condotto. Tale ignoranza, però, non era casuale poiché l'elettore, non conoscendo il suo nascondiglio, non poteva fornire indicazioni di sorta. A lui, del resto, bastava la certezza che Lutero fosse in salvo.

Trascorsero la primavera, l'estate, l'autunno e giunse l'inverno. Lutero era sempre nascosto. Aleandro e i suoi partigiani esultavano perché sembrava che la luce del Vangelo stesse per spegnersi. Ma non era così. Il riformatore andava alimentando la sua lampada, attingendo alla riserva della verità. La luce stava per brillare con maggiore intensità di prima.

Nell'accogliente sicurezza della Wartburg, Lutero per un po' di tempo si rallegrò di essere fuori dal calore e dal tumulto della battaglia. Però non si sentiva soddisfatto di quella quiete riposante. Abituato com'era a una vita piena di attività, non riusciva a starsene inoperoso. In quei giorni di solitudine, le condizioni della chiesa gli apparvero in tutta la loro cruda realtà, e sgomento gridò: « Ahimè, non c'è nessuno in questi ultimi giorni dell'ira di Dio che si erga come un muro dinanzi al Signore e salvi Israele! » Idem, vol. 9, cap. 2. Poi, pensando a se stesso, temette di essere accusato di codardia per. essersi sottratto alla lotta. Cominciò, allora, a rimproverarsi della propria indolenza mentre, in realtà, ogni giorno faceva più di quanto fosse possibile a un uomo. La sua penna non era mai inoperosa e i suoi nemici, che si rallegravano del suo silenzio, rimasero prima atterriti e poi confusi dalla prova tangibile della sua attività. In tutta la Germania circolavano numerosi opuscoli scritti da lui. Inoltre, egli compì un'opera mirabile traducendo il Nuovo Testamento in lingua tedesca. Dal suo roccioso Patmos, egli continuò per circa un anno a proclamare l'Evangelo e a condannare i peccati e gli errori del suo tempo.

Se Dio aveva ritirato Lutero dalla vita pubblica, non era solo per proteggerlo dall'ira dei nemici, né per dargli un periodo di quiete che gli consentisse di fare i suoi importanti lavori; lo aveva fatto in vista di risultati più preziosi da conseguire. Nella solitudine e nell'oscurità del suo rifugio montano, Lutero si trovò separato dall'appoggio e dall'elogio degli uomini. Fu messo così al riparo dall'orgoglio e -dalla presunzione tanto spesso provocati dal successo. La sofferenza e l'umiliazione lo prepararono a calcare di nuovo le alte vette alle quali era subitamente pervenuto.

Quando gli uomini si rallegrano della libertà che deriva dalla verità, sono inclini a esaltare i servitori di cui Dio si serve per spezzare le catene dell'errore e della superstizione. Satana cerca di distogliere da Dio I pensieri e gli affetti degli uomini e di farli convergere sugli strumenti umani. Eglì li induce a onorare lo strumento e a ignorare la mano che dirige gli eventi della Provvidenza, e allora troppo spesso i capi religiosi così elogiati e riveriti perdono di vista la loro dipendenza dall'Altissimo e finiscono col confidare in se stessi. Essi cercano di dominare le menti e le coscienze di quanti, anziché alla Parola di Dio, guardano a loro per essere guidati. L'opera della Riforma è spesso ritardata da questo spirito, del resto incoraggiato dai suoi stessi sostenitori. Dio, però, protesse la Riforma da simile pericolo, poiché voleva che l'opera portasse la sua impronta e non quella dell'uomo. Gli sguardi degli uomini si erano fissati su Lutero; egli disparve perché la gente guardasse non gia al predicatore della verità, ma all'Autore di essa.


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