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Capitolo sesto

Due eroi di fronte alla morte


Il seme del Vangelo era stato gettato in Boemia nel nono secolo. La Bibbia era stata tradotta e il culto veniva celebrato" nella lingua del popolo. Però, via via che l'autorità papale cresceva, la Parola di Dio era offuscata. Gregorio VII, che si era proposto di umiliare l'orgoglio dei re e di rendere schiavo il popolo, promulgò una bolla che vietava il culto pubblico in lingua boema. Affermava che « era piaciuto all'Onnipotente decretare che il culto gli fosse reso in lingua sconosciuta, perché non pochi mali e non poche eresie erano derivati dall'avere ne.gletto tale regola » Wylie, vol. 3, cap. l. Roma, così, decretò che la luce della Parola di Dio fosse spenta e che il popolo rimanesse immerso nelle tenebre. Il cielo, comunque, aveva provveduto alla salvaguardia della chiesa. Molti valdesi e albigesi, strappati dalla persecuzione dalle loro case della Francia e dell'Italia, ripararono in Boemia. Sebbene non ardissero insegnare apertamente, operavano in segreto, con molto zelo. Fu così che la vera fede venne tramandata di secolo in secolo.

Prima di Huss, vi erano stati in Boemia uomini che avevano apertamente condannato la corruzione della chiesa e del popolo. La loro attività aveva suscitato un vasto e profondo interesse. Il clero, allarmato, scatenò una persecuzione contro quanti si professavano discepoli del Vangelo. Costretti a riunirsi nelle foreste e sui monti, braccati dai soldati, molti furono messi a morte. Fu, poi, decretato che chiunque si fosse distaccato dal culto romano fosse condannato al rogo. 1 cristiani, morendo, guardavano fiduciosi al trionfo ultimo della loro causa. Uno di coloro che insegnavano la salvezza solo mediante la fede nel Salvatore crocifisso, ebbe a dire in punto di morte: « L'ira dei nemici della verità ora ha il sopravvento; ma non sarà sempre così. Sorgerà fra il popolo uno, senza spada e senza autorità, contro il quale tutte le armi si spunteranno » Ibidem. Ormai non era lontano il tempo di Lutero. Stava per apparire qualcuno la cui testimonianza contro Roma avrebbe scosso le nazioni.

Giovanni Huss era di umili natali, e rimase orfano di padre molto presto. Sua madre, donna pia che considerava l'educazione e il timore di Dio più importanti dei beni terreni, si sforzò di inculcare tali princìpi nel figlio. Huss studiò prima nella scuola provinciale, quindi fu ammesso per pura carità all'università di Praga. La madre lo accompagno fino alla sua nuova residenza. Giunta vicino alla grande città, non potendo dare altra eredità al figlio, si inginocchiò davanti a lui e invocò sull'orfanello la benedizione del Padre celeste. Ella era ben lungi dall'immaginare in che modo la sua preghiera sarebbe stata esaudita.

All'università, Huss si distinse per la sua instancabile applicazione e per i suoi rapidi progressi; e tutto questo, accoppiato alla sua vita integra e alla sua gentilezza, gli valse la stima generale. Egli era un fedele discepolo della chiesa romana e un sincero ricercatore delle benedizioni spirituali che essa elargiva. Durante un giubileo, Huss andò a confessarsi, e dopo aver regalato gli ultimi spiccioli delle sue magre risorse, si unì alla processione per ottenere l'assoluzione promessa. Ultimati gli studi, entrò nel sacerdozio e non tardò ad affermarsi, tanto che fu ammesso alla corte del re. Diventato professore, fu successivamente nominato rettore di quella stessa università in cui si era laureato. Il povero studente di un tempo finì col diventare il vanto della nazione, mentre il suo nome correva per tutta l'Europa.

Huss cominciò l'opera della Riforma in un altro campo. Alcuni anni dopo aver ricevuto gli ordini religiosi, fu designato predicatore della cappella di Betlemme. Il suo fondatore sosteneva - considerandola della massima importanza - la necessità di predicare la Sacra Scrittura nella lingua del popolo. Nonostante l'opposizione di Roma, tale consuetudine non era stata del tutto abbandonata in Boemia. Va detto però che, purtroppo, vi era una grande ignoranza della Bibbia, e che fra la gente di ogni ceto imperavano i peggiori vizi. Huss denunciò senza esitazione questi mali e fece appello alla Parola di Dio per inculcare i princìpi della verità e della purezza da lui propugnati.

Un cittadino di Praga, Gerolamo, che più tardi diventò intimo collaboratore di Huss, reduce dall'1 nghi 1 terra, aveva portato seco gli scritti di Wycliff. La regina d'Inghilterra, convertitasi agli insegnamenti del riformatore britannico, era una principessa boema. Fu anche grazie al suo appoggio che le opere di Wycliff trovarono vasta diffusione nella sua terra natia. Huss esaminò quelle opere con vivo interesse, e si convinse che il suo autore era un cristiano sincero. Finì col considerare favorevolmente la riforma che Wycliff sosteneva. Senza rendersene conto, Huss già stava calcando un sentiero che lo avrebbe condotto molto lontano da Roma.

Intorno a quell'epoca giunsero a Praga, provenienti dall'Inghilterra, due stranieri. Uomini colti, avevano ricevuto la luce della verità ed erano venuti a diffonderla in quella terra lontana. Cominciarono con un aperto attacco alla supremazia papale, ma le autorità li costrinsero a tacere. Siccome, però, non erano disposti a recedere dal loro proposito, ricorsero a un altro espediente. Oltre che predicatori erano pittori, perciò sfruttarono questa loro capacità artistica. In un luogo aperto al pubblico, dipinsero due quadri. Uno rappresentava l'entrata di Gesù in Gerusalemme: « mansueto, e montato sopra un, asino » Matteo 21: 5 (D), seguito dai discepoli scalzi, in abiti dimessi. L'altro, invece, raffigurava una processione pontificia: il papa indossava ricche vesti, cingeva il triregno e cavalcava un cavallo magnificamente bardato. Lo precedevano dei trombettieri ed era seguito da alti prelati in abiti sontuosi.

Era, quello, un sermone che attirava l'attenzione di tutti. La folla si accalcava per contemplare quei quadri, e nessuno poteva fare a meno di capire l'insegnamento che ne scaturiva. Non pochi rimasero colpiti dal contrasto fra la mansuetudine e l'umiltà di Cristo, il maestro, e l'orgoglio, l'arroganza del papa che si diceva suo servo. Ci fu a Praga -una profonda emozione, e i due stranieri, dopo poco tempo, ritennero opportuno andarsene per salvaguardare la loro vita. Nondimeno, la lezione che avevano impartita non fu dimenticata. 1 quadri provocarono una' profonda impressione nella mente di Huss e lo spinsero a uno studio più approfondito della Bibbia e degli scritti di Wycliff. Sebbene egli non fosse ancora preparato ad accettare tutte le riforme sostenute da Wycliff, si rendeva sempre più chiaramente conto del carattere del papato e, con grande zelo, cominciò a denunciare l'orgoglio, l'ambizione e la corruzione della gerarchia romana.

Dalla Boemia la luce si estese alla Germania in seguito a contrasti sorti nell'università di Praga, che indussero alcune centinaia di studenti tedeschi ad andarsene. Molti di loro avevano ricevuto da Huss la conoscenza della Bibbia e così, rientrati in patria, vi diffusero l'Evangelo.

Roma venne a conoscenza di quello che stava accadendo, e Huss fu invitato a presentarsi al papa. Ubbidire significava esporsi a sicura morte. Il re e la regina di Boemia, l'università, i membri della nobiltà, le personalità del governo si unirono per mandare al pontefice una petizione con la quale chiedevano che Huss fosse autorizzato a rimanere a Praga e a farsi rappresentare a Roma da un delegato. Il papa, lungi dall'aderire alla richiesta, procedette al giudizio e alla condanna di Huss, quindi lanciò l'interdetto sulla città di Praga.

In quei tempi, simile sentenza creava ovunque un vivo allarme. Le cerimonie che l'accompagnavano erano di natura tale da terrorizzare la gente, che considerava il pontefice come il rappresentante di Dio, possessore delle chiavi del cielo e dell'inferno, dotato della facoltà di invocare castighi temporali e spirituali. Si pensava che le porte del cielo sarebbero rimaste chiuse per le zone colpite dall'interdetto e che, finché non fosse piaciuto al papa revocarlo, i morti sarebbero stati esclusi dalla dimora dei beati. Per dimostrare quanto grave fosse siffatta calamità, tutte le funzioni religiose erano sospese, le chiese chiuse, i matrimoni celebrati nel cortile antistante la chiesa, i morti -essendo vietato seppellirli in terra consacrata- venivano sepolti, senza alcun rito funebre, nei campi o nei fossati. Così, ricorrendo a misure che colpivano l'immaginazione popolare, Roma si sforzava di esercitare il proprio dominio sulle coscienze degli uomini.

Praga era sconvolta. Una parte della popolazione accusava Huss di essere la -causa di tutte quelle disgrazie, e chiedeva che fosse consegnato a Roma. Per placare la tempesta, il riformatore si ritirò per un po' di tempo nel suo villaggio natio. Scrivendo agli amici rimasti nella capitale, diceva: « Se mi sono ritirato da voi, è stato per attenermi al precetto e all'esempio di Gesù Cristo per non dare motivo ai malvagi di attirare su di sé l'eterna condanna e per non essere, nei confronti delle persone pie, fonte di afflizione e dì persecuzione. Mi sono ritirato anche per tema che dei sacerdoti empi continuassero a lungo a impedire in mezzo a voi la predicazione della Parola di Dio. Non vi ho lasciati per rinnegare la divina verità, per la quale io sono pronto, con l'aiuto di Dio, a dare la vita » Bonnechose, The Reformers Before the Reformation, vol. 1, p. 87. Huss non interruppe la sua attività, anzi percorse il paese circostante, continuando a predicare a masse assetate di conoscenza. Accadde così che le misure cui era ricorso il papa per sopprimere l'Evangelo, finirono col contribuire a una più vasta diffusione di esso. « Perché noi non possiamo nulla contro la verità; quel che possiamo è per la verità » 2 Corinzi 13: 8.

« La mente di Huss, in quel periodo della sua vita, era in preda a un doloro so conflitto. Quantunque la chiesa cercasse di sopraffarlo con i suoi fulmini, egli non ne aveva rigettata l'autorità. Per lui, la chiesa di Roma continuava a essere la chiesa di Cristo e il papa il rappresentante e il vicario di Dio. Huss lottava contro l'abuso di autorità e non contro il principio stesso. Fu questo a determinare una tremenda lotta fra le convinzioni del suo intelletto e i richiami della sua coscienza. Se l'autorità era giusta e infallibile, come egli riteneva, come mai si sentiva spinto a disubbidirle? D'altro canto, si rendeva conto che ubbidire significava peccare. Perché, si chiedeva, l'ubbidienza a una chiesa infallibile doveva condurre a tale conclusione? Era questo il dilemma che Huss non riusciva a sciogliere; era questo il dubbio che lo torturava continuamente. La soluzione più approssimativa cui egli poteva gíungere era -come del resto era già accaduto ai tempi del Salvatoreche i sacerdoti della chiesa erano diventati empi e si servivano della propria autorità legale per fini illegali. Ciò lo indusse ad adottare come guida, e a predicarla agli altri, la massima secondo la quale i precetti della Scrittura, convogliati attraverso l'intelletto, sono regola di coscienza. In altri termini, Dio che parla nella Bibbia, e non la chiesa che parla per mezzo del sacerdote, è l'unica guida infallibile » Wylie, vol. 3, cap. 2.

Quando, dopo un po' di tempo, a Praga la calma si fu ristabilita, Huss ritornò alla sua cappella di Betlemme per riprendere con maggior zelo e coraggio la predicazione della Parola di Dio. 1 suoi nemici erano potenti e attivi, ma la regina e molti nobili erano suoi amici, e buona parte della popolazione era con lui. Confrontando i suoi insegnamenti puri ed elevati e la sua vita santa coi dogmi degradanti predicati dai discepoli di Roma, come anche con la loro avarizia e depravazione, molta gente finì con lo stimare un vero onore schierarsi dalla sua parte.

Fino ad allora Huss era stato solo nei suoi lavori, ma ora Gerolamo -che mentre era in Inghilterra aveva accettato gli insegnamenti di Wycliff - si unì a lui nell'opera della Riforma. I due, uniti nella vita, non furono separati nella morte. Genio brillante, eloquenza, cultura - doti queste che attiravano il favore popolare - erano le qualità che Gerolamo possedeva in misura eminente; mentre per quel che riguardava la forza del carattere, Huss gli era superiore. Il suo sobrio discernimento era di freno allo spirito impulsivo di Gerolamo che, però, con sincera umiltà, si rendeva conto del valore di Huss e ben volentieri si sottometteva ai suoi consigli. Per l'attività congiunta di questi due uomini, la Riforma si estese rapidamente.

Dio fece brillare una grande luce nella mente di questi uomini eletti, rivelando loro non pochi errori di Roma. Essi, però, non ricevettero tutta la luce che doveva essere data al mondo. Dio si serviva di loro per strappare le anime alle tenebre di Roma. Molti erano gli ostacoli che essi dovevano affrontare; e il Signore li guidò passo passo, nella misura in cui procedevano, poiché non potevano ricevere, così all'improvviso, tutta la luce. Pari allo splendore del sole in pieno mezzodì per chi è rimasto a lungo immerso nel buio, se essa fosse stata loro presentata in tutta la sua pienezza, li avrebbe fatti indietreggiare Per questo Dio la rivelò a poco a poco, per modo che essa potesse essere assimilata dalle anime. Di secolo in secolo, poi, altri fedeli operai si sarebbero susseguiti per guidare gli uomini sempre più avanti lungo il cammino della Riforma.

Perdurava intanto lo scisma nella chiesa: tre papi si contendevano il primato, e la lotta provocava tumulto e sangue. Non contenti di scagliarsi reciprocamente degli anatemi, ricorsero alle armi. Ognuno di essi riteneva fosse proprio dovere procurarsi armamenti e soldati. Naturalmente, tutto ciò comportava spese non indifferenti, per cui nell'intento di raccogliere il denaro occorrente, furono posti in vendita incarichi, benefici e benedizioni da parte delle chiese 9. Anche i sacerdoti - imitando i superiori - si diedero alla simonia per umiliare i rivali e per rafforzare il proprio potere. Con un ardire che andava aumentando di giorno in giorno, Huss tuonò contro le abominazioni che venivano commesse e tollerate in nome della religione, e la gente, a sua volta, accusò apertamente i capi della chiesa, come causa delle miserie che opprimevano il mondo cristiano.

Praga si vide di nuovo minacciata da un sanguinoso conflitto. Come negli antichi tempi d'Israele, il servitore di Dio fu accusato: « Sei tu colui che mette sossopra Israele » 1 Re 18: 17. La città fu interdetta, e Huss dovette ancora una volta ritirarsi nel suo villaggio natio. La testimonianza da lui fedelmente data nella cappella di Betlemme era finita; ma prima di deporre la propria vita quale testimone della verità, egli sarebbe stato chiamato a predicare al mondo intero da un pulpito più elevato.

Per risanare i mali che travagliavano l'Europa, l'imperatore Sigismondo chiese a uno dei tre papi rivali, Giovanni XXIII, di convocare un concilio generale a Costanza. Questo papa non vedeva di buon occhio la convocazione del concilio, Poiché la sua vita intima e la sua politica non erano tali da poter reggere a un'inchiesta, anche se condotta da prelati la cui moralità - come spesso era il caso a quei tempi - lasciava parecchio a desiderare. Comunque, egli non ardiva opporsi alla volontà di Sigismondo 16.

1 principali obiettivi che il concilio sì prefiggeva erano: risanare lo scisma nella chiesa ed estirpare l'eresia. 1 due antipapì furono invitati a presentarsi davanti al concilio, e analogo invito fu rivolto a Giovanni Huss nella sua qualità di principale propagatore delle nuove opinioni. I primi, per salvaguardare la propria incolumità, non intervennero e si fecero rappresentare dai loro delegati. Papa Giovanni, pur risultando apparentemente come convocatore del concilio, vi intervenne con molta apprensione, timoroso che l'imPeratore accarezzasse il segreto proposito di deporlo, e di chiedergli conto dei vizi che avevano disonorato la tiara, e dei crimini che gliel'avevano assicurata. Ad ogni modo, egli fece il suo ingresso a Costanza con gran pompa, seguito da una schiera di cortigiani e accompagnato da ecclesiastici di alto rango. Tutto il clero e tutti i dignitari della città, seguiti da una folla immensa, gli andarono incontro a porgergli il benvenuto. Sul suo capo c'era un baldacchino dorato, portato da quattro fra i principali magistrati. Lo precedeva l'ostia. I sontuosi abiti dei cardinali e dei nobili aggiungevano particolare lustro al corteo.

Frattanto un altro viaggiatore si avvicinava a Costanza. Huss, consapevole dei pericoli che lo minacciavano, si congedò dagli amici come se non dovesse più rivederli. Si mise in cammino, presago di andare al rogo. Nonostante avesse ottenuto il salvacondotto dal re di Boemia e ne avesse ricevuto un secondo, durante il viaggio, dall'imperatore Sigismondo, egli prese le necessarie disposizioni in vista di una sua probabile morte.

In una lettera indirizzata ai suoi amici di Praga, diceva: « Fratelli miei... io parto con un salvacondotto del re per affrontare i miei numerosi e mortali nemici... Pure confido nell'Iddio onnipotente e nel mio Salvatore, fiducioso che Egli ascolterà le vostre fervide preghiere e metterà nella mia bocca la sua prudenza e la sua saggezza per modo che io possa resistere loro. Egli mi accorderà il suo Spirito Santo per fortificarmi nella sua verità affinché io sappia affrontare coraggiosamente le tentazioni, il carcere e, se necessario, una morte crudele. Gesù Cristo soffrì per i suoi diletti; perciò, perché dovremmo stupirci che Egli ci abbia lasciato il suo esempio per sopportare con pazienza ogni cosa per la nostra salvezza? Egli è Dio e noi siamo le sue creature; Egli è il Signore e noi siamo i suoi servitori; Egli è il Sovrano del mondo e noi siamo poveri mortali. Eppure, Egli ha sofferto. Per conseguenza, perché non dovremmo soffrire anche noi, soprattutto quando la sofferenza è per noi una purificazione? Diletti, se la mia morte deve contribuire alla sua gloria, pregate che essa venga presto e che Dio mi aiuti a sopportare con pazienza le mie calamità. Se invece è meglio che io ritorni fra voi, preghiamo Dio che io riparta da questo concilio senza macchia, cioè che io non sopprima neppure un iota della verità del Vangelo e dia, in tal modo, un buon esempio. Però, se è volontà dell'Onnipotente che io sia restituito a voi, sappiamo andare avanti con cuore ancora più intrepido nella conoscenza e nell'amore della sua legge » Bonnechose, vol. 1, pp. 147, 148.

In un'altra lettera indirizzata a un ex sacerdote cattolico, diventato discepolo dell'Evangelo, Huss parlava con profonda umiltà dei propri errori e si scusava di avere « trovato diletto nell'indossare ricchi paludamenti e nell'aver sprecato ore preziose in occupazioni frivole ». Quindi aggiungeva: « Che la tua mente sia occupata dalla gloria di Dio e non dal desiderio di prebende e di possedimenti. Guardati dall'adornare.la tua casa più dell'anima tua, e abbi la massima cura dell'edificio spirituale. Sii pio e umile col povero; non sprecare le tue sostanze in festini. Se tu non correggi la tua vita e non ti astieni dalle cose superflue, io temo che sarai severamente punito come lo sono io... Tu conosci la mia dottrina, perché hai ricevuto i miei ammaestramenti fin dalla tua fanciullezza; perciò è inutile che io te ne scriva di nuovo. Ad ogni modo io ti scongiuro, per la grazia del nostro Signore, di non imitarmi in nessuna delle vanità in cui tu puoi avermi visto cadere ». Sull'involucro che racchiudeva la lettera, egli aggiunse: « Amico mio, ti scongiuro di non infrangere questo sigillo fino a che tu non abbia la certezza della mia morte » Idem, vol. 1, pp. 148, 149.

Durante il viaggio, Huss vide ovunque i segni della diffusione delle sue dottrine e del f avore di cui godeva la sua causa. La gente si accalcava per vederlo, e in alcune città i magistrati lo scortarono lungo la via.

Giunto a Costanza, Huss godette di una piena libertà perché al salvacondotto dell'imperatore si era aggiunta una personale garanzia di protezione da parte del papa. Però, in un secondo tempo, in aperta violazione di queste solenni e reiterate dichiarazioni, il riformatore fu arrestato per ordine del papa e dei cardinali e messo in un disgustoso carcere. In seguito, fu poi trasferito in una fortezza sul Reno e ivi tenuto prigioniero. Il papa, però, non godette a lungo della propria perfidia perché finì egli stesso nel medesimo carcere (Idem, vol. 1, p. 247).

Giudicato dal concilio, Giovanni XXIII fu dichiarato colpevol e dei più abbietti crimini quali: omicidio, simonia, adulterio -e « peccati innominabili ». In ultimo fu privato della tiara e imprigionato. Deposti anche gli antipapi, fu eletto un nuovo pontefice.

Sebbene lo stesso papa si fosse macchiato di crimini maggiori di quelli che Huss aveva rinfacciato ai sacerdoti, a motivo dei quali aveva chiesto una riforma, il concilio che destituì il pontefice infierì contro il riformatore. La carcerazione di Huss suscitò viva indignazione in tutta la Boemia, e potenti nobili rivolsero al concilio una vibrata protesta contro simile oltraggio. L'imperatore, al quale ripugnava la violazione di un salvacondotto, cercò di impedire che si procedesse contro il riformatore; pero i nemici di Huss erano influenti e decisi. Essi fecero appello ai pregiudizi dell'imperatore, ai suoi timori e al suo zelo per la chiesa. Ricorsero, inoltre, a elaborate argomentazioni per dimostrare che « non si è tenuti a mantenere le promesse fatte agli eretici o a persone sospette di eresia, anche se munite di salvacondotto dell'imperatore e dei re » Jacques Lenfant, History of the Council of Constance, vol. 1, p. 516. In tal modo essi raggiunsero il loro intento.

Indebolito dalla malattia e dal carcere -Pumidità della cella e l'aria mefitica di essa gli provocarono una febbre che poco mancò non lo conducesse -alla tomba- Huss venne finalmente condotto alla presenza del concilio. Carico di catene, egli si trovò di fronte all'imperatore il cui onore e la cui buona fede si erano impegnati di proteggerlo. Nel corso del lungo processo, Huss difese la verità con fermezza; e al cospetto dei dignitari della chiesa e dello stato pronunciò una solenne e vibrata protesta contro la corruzione della curia romana. Invitato a scegliere fra l'abiura e la morte, non esitò a scegliere il martirio.

La grazia di Dio lo sostenne, e durante le lunghe settimane che trascorsero prima del verdetto finale, la pace del cìelo inondò la sua anima. « Io scrivo questa lettera », diceva a un amico, « nel mio carcere, con le mani serrate nei ceppi, in attesa della sentenza di morte che sarà pronunciata domani ... Quando, con l'aiuto di Cristo Gesù, noi ci incontreremo dì nuovo nella pace beata della vita futura, saprai quanta misericordia Dio ha avuto per me e quanto Egli mi ha efficacemente aiutato e sostenuto in mezzo alle tentazioni e alle prove » Bonnechose, vol. 2, p. 67.

Nell'oscurità del suo carcere, egli previde il trionfo della vera fede. In sogno gli apparve la cappella di Praga, dove aveva predicato l'Evangelo, e vide il papa e i vescovi cancellare le immagini di Cristo che egli aveva dipinto sulle pareti. « Tale visione lo turbò. L'indomani vide, sempre in sogno, dei pittori restaurare quelle immagini a accrescerne il numero. Dopo aver fatto ciò, i pittori rivolti alla folla che li circondava, esclamarono: "Ora ì papi e i vescovi vengano pure: essi non riusciranno più a cancellare queste immagini". Nel raccontare il sogno, il riformatore disse: "Sono certo che l'immagine di Cristo non sarà mai cancellata. Essi volevano distruggerla; ma per opera di predicatori migliori di me, essa sarà nuovamente riprodotta nei cuori" » D'Aubigné, vol. 1, cap. 6.

Per l'ultima volta Huss fu condotto dinanzi al concilio. Era un'assemblea numerosa e brillante: l'imperatore, i principi dell'impero, i deputati reali, i cardinali, i vescovi, i sacerdoti, e una immensa folla che si era radunata per essere spettatrice degli eventi di quel giorno. Da ogni parte del mondo cristiano erano convenuti i testimoni di questo primo grande sacrificio della lunga lotta, mediante la quale sarebbe stata assicurata la libertà di coscienza.

Invitato a comunicare la sua decisione finale, Huss dichiarò che rifiutava di abiurare. Indi, fissando i suoi sguardi penetranti sul monarca vergognosamente infedele alla sua parola d'onore, disse: « Ho deciso di mia spontanea volontà di presentarmi dinanzi a questo concilio, sotto la pubblica protezione e la parola dell'imperatore qui presente » Bonnechose, vol. 2, p. 84. Un vivo rossore si diffuse sul volto di Sigismondo, mentre gli occhi di tutti si volgevano verso di lui.

Pronunciata la sentenza, ebbe inizio il rito della degradazione. I vescovi fecero indossare al prigioniero gli abiti sacerdotali. Egli, nel toccarli, disse: « Nostro Signore Gesù Cristo fu coperto dì una veste bianca in segno di scherno, quando Erode lo fece condurre davanti a Pilato » Idem, vol. 2, p. 86. Esortato ancora una volta a ritrattare, egli si rivolse verso il popolo e dichiarò: « Come potrei levare la fronte verso il cielo? Come potrei guardare questa folla di persone alle quali ho predicato il puro Vangelo? No. lo stimo la loro salvezza più importante di questo misero corpo condannato a morte » Ibidem. I paramenti furono rimossi l'uno dopo l'altro e ogni vescovo, nel compiere la propria parte del rito, pronunciava una maledizione. Alla fine « gli posero in testa una specie di mitria di carta in forma di piramide, sulla quale erano dipinte orribili figure di demoni ». Sulla parte anteriore di essa si leggeva: « Eresiarca ». Huss disse: « Molto lietamente porterò questa corona infamante per amor tuo, Gesù, che cingesti per me una corona di spine » Ibidem. '

Dopo che Huss fu così acconciato, « i prelati dissero: "Ora noi consegniamo la tua anima al diavolo". Giovanni Huss, levando gli occhi al cielo, replicò: 'T io rimetto il mio spirito nelle tue mani, Signor Gesù, perché tu mi hai redento" » Wylie, vol. 3, cap. 7.

Consegnato alle autorità secolari, venne condotto sul luogo del supplizio. Una immensa processione lo seguiva: centinaia di uomini armati, sacerdoti, vescovi in ricche vesti e gli abitanti di Costanza. Dopo che egli fu legato al palo e che tutto fu pronto per l'accensione del rogo, il martire fu invitato ancora una volta a salvarsi, rinunciando ai propri errori. « Quali errori », egli chiese, « dovrei abbandonare? lo non mi riconosco colpevole di nessuno. Chiamo, Dio a testimone che tutto quello che ho scritto e predicato è, stato per strappare le anime al peccato e alla perdizione. Perciò molto lietamente confermerò col mio sangue la verità che ho scritta e predicata » Ibídem. Quando le fiamme sprizzarono crepitando intorno a lui, egli cominciò a cantare: « Gesù, figliuol di Davide, abbi pietà di me! », e continuò il suo canto fino a che la sua voce non fu soffocata per sempre.

Gli stessi nemici furono colpiti dal suo eroico comportamento. Un papista zelante, descrivendo il martirio di. Huss e di Gerolamo, che mon poco dopo, dichiarò: « Entrambi si comportarono con fermezza, quando si avvicinò la loro ultima ora. Essi si prepararono per il fuoco come se fossero dovuti andare a un banchetto di nozze. Non emisero un lamento. Quando le fiamme salirono, essi si misero a cantare degli inni, e la veemenza del fuoco a stento riuscì a sopraffare quel canto e a farlo tacere » Ibidem.

Dopo che il corpo dì Huss fu totalmente consumato, le sue ceneri, con la terra sulla quale posavano, furono raccolte e gettate nel Reno che, a sua volta, le trasportò nel mare. 1 persecutori si illudevano di avere, così, sradicato la verità da lui predicata, mentre non sapevano che quelle ceneri sarebbero state un seme che si sarebbe propagato nel mondo, e che in regioni fino ad allora sconosciute avrebbe portato frutti copiosi in testimonianza della verità. La voce che aveva parlato al concilio di Costanza aveva risvegliato echi che si sarebbero fatti udire anche nei secoli avvenire. Huss non era più; però le verità per le quali egli aveva dato la vita non potevano più perire. Il suo esempio di fede e la costanza di cui aveva dato prova sarebbero stati di incoraggiamento a moltitudìni di persone per aiutarle a rimanere salde anche dinanzi alla tortura e alla morte. La sua esecuzione aveva mostrato al mondo intero la perfida crudeltà di Roma. 1 nemici della verità, anche se non se ne rendevano conto, avevano rafforzato la causa che desideravano distruggere.

Intanto un altro rogo stava per accendersi a Costanza. Il sangue di un altro testimone doveva esaltare la verità. Gerolamo, nel salutare Huss allorché questi partiva per recarsi al concilio, lo aveva esortato a essere forte e coraggioso, dichiarando che qualora gli fosse capitato qualche contrattempo, egli non avrebbe esitato a correre in suo aiuto. Udendo della carcerazione dell'amico, il fedele discepolo si preparò immediatamente a mantenere la promessa fatta. Senza salvacondotto, partì alla volta di Costanza, accompagnato da un solo amico. Giunto sul posto, si rese conto di essersi esposto a un serio pericolo, senza alcuna possibilità di poter liberare Huss. Egli, allora, lasciò la città, ma venne arrestato lungo la via del ritorno a ricondotto a Costanza incatenato, sotto la sorveglianza di un drappello di soldati. Quando egli apparve dinanzi al concilio, i suoi tentativi di rispondere alle accuse che gli venivano mosse furono soffocati dal grido: « Alle fiamme con lui! Alle fiamme! » Bonnechose, vol. 1, p. 234. Chiuso in carcere, fu incatenato in una posizione che gli causava acute sofferenze, e venne nutrito con pane e acqua. Dopo alcuni mesi, la durezza di questo trattamento gli provocò una grave malattia. 1 suoi nemici, allora, per tema che egli potesse sfuggir loro, lo trattarono con meno rigore, pur tenendolo ancora in carcere per un anno.

La morte di Huss non aveva sortito gli effetti desiderati dai papisti. La violazione del salvacondotto aveva provocato un'ondata di indignazione e il concilio, per ovviare alle difficoltà sorte, anziché dare Gerolamo alle fiamme, decise di costringerlo, se possibile, all'abiura. Egli fu condotto dinanzi all'assemblea e invitato a scegliere fra l'abiura e il rogo. All'inizio della prigionia, la morte sarebbe stata per lui una liberazione in confronto alle orribili sofferenze che avrebbe dovuto affrontare; ora, invece, indebolito dalla malattia, dalla durezza del carcere e dalla tortura morale dovuta alla forte tensione nervosa, separato dagli amici, addolorato per la morte di Huss, egli venne meno e accondiscese a sottomettersi alla volontà del concilio. Gerolamo affermò di accettare la fede cattolica e di ripudiare le dottrine di Wycliff e di Huss, eccetto le « sante verità » da essi insegnate. (Idem, vol. 2, p. 14 1).

Con questo espediente, Gerolamo cercava di far tacere la voce della propria coscienza e di sottrarsi alla sorte che lo minacciava. Però, nella solitudine del carcere, egli si rese chiaramente conto di quello che aveva fatto. Pensò al coraggio e alla fedeltà di Huss e, Per contrasto, vide tutta la bassezza della propria abiura. Pensò al divin Maestro che egli aveva giurato di servire, e che per amor suo aveva sofferto la morte della croce. Prima dell'abiura, egli aveva trovato in mezzo alle sofferenze conforto nella certezza del favore divino; ora, invece, il rimorso gli torturava l'anima. Sapeva che gli sarebbero state chieste altre ritrattazioni prima di Poter essere in pace con Roma, e capiva che il sentiero nel quale si era incamminato poteva condurre solo all'apostasia totale. Allora decise: non avrebbe rinnegato il Signore per sottrarsi a un breve periodo di sofferenza.

Non passò molto tempo che Gerolamo fu nuovamente chiamato dinanzi al concilio. La sua sottomissione non- aveva soddisfatto i giudici. La loro sete di sangue, alimentata dalla morte di Huss, chiedeva nuove vittime. Egli avrebbe potuto salvare la propria vita a prezzo di un totale rinnegamento della verità, ma aveva deciso di confessare la sua fede e di seguire nelle fiamme il suo fratello martire.

Gerolamo ritirò la sua precedente abiura e, come un morente, chiese di potersi difendere. Temendo gli effetti delle sue parole, i prelati volevano che egli si limitasse ad affermare o a rinnegare la verità delle accuse che gli erano state mosse. Gerolamo protestò contro tali crudeltà e ingiustizie. « Mi avete tenuto chiuso in un orribile carcere per trecentoquaranta giorni », disse, « in mezzo alla sporcizia, all'umidità, al fetore, privo di tutto; poi mi avete chiamato dinanzi a voi; e mentre prestate ascolto alle accuse dei miei mortali nemici, rifiutate di ascoltarmi... Se voi siete realmente uomini saggi e luci del mondo, guardatevi dal peccare contro la giustizia. Quanto a me, io sono solo un debole mortale; la mia vita ha ben poca importanza, e se vi esorto a non pronunciare un'ingiusta sentenza, parlo meno per me che per voi » Idem, vol. 2, pp. 146, 147.

Alla fine la richiesta venne accolta e, in presenza dei suoi giudici, Gerolamo si inginocchiò e pregò perché lo Spirito divino dirigesse i suoi pensieri e le sue parole, aiutandolo a non dire nulla contro la verità, nulla che non fosse degno del Maestro. Quel giorno si adempié per lui la promessa di Gesù al primi discepoli: « Sarete menati davanti a governatori e re per cagion mia... Ma quando vi metteranno nelle loro mani, non siate in ansietà del come parlerete o di quel che avrete a dire; perché in quell'ora stessa vi sarà dato ciò che avrete a dire. Poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi » Matteo 10: 18-20.

Le parole di Gerolamo suscitarono stupore e ammirazione nei suoi stessi nemici. Per un anno intero egli era rimasto chiuso in carcere, impossibilitato a leggere e a vedere, in preda a grandi sofferenze fisiche e ad ansietà mentali. Eppure i suoi argomenti erano da lui esposti con tale chiarezza e con tanta potenza che si sarebbe detto avesse avuto modo di studiare indisturbato. Egli additò agli uditori la lunga schiera di santi uomini che erano stati condannati da giudici ingiusti. Quasi in ogni generazione vi erano stati uomini che pur sforzandosi di elevare i loro contemporanei, erano stati rimproverati e scacciati. Più tardi, però, si era riconosciuto che essi erano meritevoli di rispetto e di onori. Cristo stesso fu condannato come malfattore da un ingiusto tribunale.

Precedentemente, all'atto dell'abiura, Gerolamo aveva riconosciuto la giustizia della sentenza di condanna di Huss. Ora, invece, si dichiarava pentito e testimoniava dell'innocenza e della santità del martire. « Lo conoscevo fin dalla sua fanciullezza », disse. « Era un uomo eccellente, giusto e santo. Fu condannato, nonostante la sua innocenza. Anch'io sono pronto a morire e non mi ritrarrò davanti ai tormenti che i miei nemici e i falsi testimoni preparano per me. Essi un giorno saranno chiamati a rendere conto delle loro imposture davanti al grande Iddio, che nessuno può ingannare » Bonnechose, vol. 2, p. 151.

Rimproverandosi di avere rinnegato la verità, Gerolamo proseguì: « Di tutti i peccati commessi fin dalla fanciullezza, nessuno è più deprimente per il mio spirito e mi procura un così acuto rimorso di quello commesso in questo luogo, quando approvai l'iniqua sentenza contro Wycliff e contro il santo martire Giovanni Huss, mio maestro e amico. Sì! Lo confesso con tutto il cuore e lo dichiaro con profondo orrore: ho sbagliato, ho grandemente sbagliato quando, per paura della morte, condannai le loro dottrine. Perciò io ti supplico... onnipotente Iddio, di perdonare i miei peccati e particolarmente questo, che è il più odioso di tutti! ». Rivolgendosi poi ai giudici, egli disse con fermezza: « Voi condannaste Wycliff e Giovanni Huss, non perché avevano scosso la dottrina della chiesa, ma semplicemente perché ardivano protestare contro gli scandali del clero, contro la pompa, l'orgoglio e i vizi dei sacerdoti e dei Prelati. Quello che essi affermarono e che è irrefutabile, lo penso anch'io e lo confermo! ».

Le sue parole furono interrotte. 1 prelati frementi d'ira gridarono: « Che bisogno c'è di altre prove? Noi vediamo coi nostri occhi il più ostinato degli eretici! ».

Intrepido, nonostante la tempesta, Gerolamo proseguì: « Che cosa?! Pensate forse che io abbia paura di morire? Mi avete tenuto per un anno in un orribile carcere, più orribile della morte stessa. Mi avete trattato più crudelmente di un turco, di un ebreo o di un pagano, e la mia carne si è letteralmente imputridita sulle mie ossa. Eppure io non mi lamento, perché i lamenti fanno ammalare lo spirito e il cuore. Però io non posso fare a meno di esprimere il mio stupore dinanzi a tanta barbarie nei confronti di un cristiano » Idem, voi. 2 pp. 151-153.

La tempesta d'ira esplose di nuovo, e Gerolamo fu ricondotto in carcere. Vi erano, però, nell'assemblea, degli uomini sui quali le parole da lui dette avevano prodotto una profonda impressione e che desideravano salvargli la vita. In prigione, Gerolamo ebbe la visita di dignitari della chiesa, che lo esortarono a sottomettersi al concilio e che gli fecero considerare i vantaggi e le brillanti prospettive che si sarebbero schiusi dinanzi a lui come ricompensa della sua rinuncia a opporsi a Roma. Egli, però, come il Maestro quando gli venne offerta la gloria del mondo, rimase saldo.

« Provatemi con le Sacre Scritture », egli disse, « che io sono nell'errore, e io abiurerò ».

« Le Sacre Scritture! », esclamò uno dei tentatori. « Ma come è possibile giudicare ogni cosa per mezzo di esse? Chi può capirle, finché la chiesa non le ha interpretate? ».

« Le tradizioni degli uomini », replicò Gerolamo, « sono più degne di fede del Vangelo del nostro Salvatore? Paolo non esortava coloro ai quali scriveva a prestare ascolto alle tradizioni degli uomini, ma diceva invece di investigare le Scritture ».

« Eretico! », fu la risposta. « lo mi pento di avere così a lungo discusso con te e mi rendo conto che sei guidato dal diavolo » Wylìe, vol. 3, cap. 10.

Dopo che la sentenza di condanna fu pronunciata, Gerolamo venne condotto sul luogo stesso dove Huss era stato giustiziato. Vi si recò cantando e col volto illuminato di pace e di gioia. Il suo sguardo era fisso su Gesù e per lui la morte perdeva ogni orrore. Quando il carnefice, per accendere il rogo, scivolò alle sue spalle, il martire gli disse: « Accendi pure davanti a me. Se io avessi avuto paura di morire non sarei qui! ».

Le sue ultime parole, pronunciate mentre le fiamme divampavano, furono una preghiera: « Signore, Padre onnipotente », gridò, « abbi pietà di me e perdona i miei peccati, perché tu sai che io ho sempre amato la tua verità » Bonnechose, vol. 2, p. 168. La sua voce venne meno, ma le sue labbra continuarono a muoversi in preghìera. Quando il fuoco ebbe compiuta la sua opera, le ceneri del martire, con la terra sulla quale giacevano, furono raccolte e, come quelle di Huss, gettate nel Reno.

Così morirono i fedeli testimoni di Dio; ma la luce della verità da essi proclamata, unita a quella del loro fulgido esempio di eroismo, non poteva spegnersi. Come agli uomini non è dato impedire al sole di seguire il proprio corso e di risplendere sul mondo, così essi non sarebbero riusciti a impedire il sorgere di un nuovo giorno che stava per levarsi.

L'esecuzione di Huss aveva acceso in Boemia una fiamma di indignazione e di orrore. Tutta la nazione sentiva che egli era rimasto vittima dell'astuzia dei sacerdoti e del tradimento dell'imperatore. Huss fu riconosciuto un fedele predicatore della verità; il concilio che aveva decretato la sua morte venne accusato dì assassinio, e le dottrine del riformatore finirono col richiamare un'attenzione senza precedenti. Gli scritti di Wycliff, per decreto papale, erano stati condannati alle fiamme; però una parte di essi poté essere sottratta alla distruzione. Tratti dai nascondigli dove erano stati messi, divennero oggetto di studio, insieme con la Bibbia o porzioni di essa. Così molta gente aderì alla fede riformata.

Gli uccisori di Huss non se ne stettero a contemplare il trionfo della sua causa: il papa e l'imperatore si unirono per schiacciare il movimento, e gli eserciti di Sigismondo invasero la Boemia.

Ma sorse un liberatore. Ziska, condottiero dei boemi, che poco dopo l'inizio delle ostilità diventò totalmente cieco, fu uno dei più abili generali della storia. Fidando nell'aiuto di Dio e nella giustizia della sua causa, quel popolo resistette ai più agguerriti eserciti che lo fronteggiavano. Reiteratamente l'imperatore reclutò nuove leve e invase la Boemia: ogni volta, però, egli'fu ignominiosamente respinto. Gli hussiti non temevano la morte, e così nessuno poteva resistere loro. Alcuni anni dopo, il bravo Ziska morì, ma il suo posto fu preso da Procopio, un generale altrettanto valoroso e abile e, sotto certi aspetti, migliore condottiero del predecessore.

I nemici dei boemi, sapendo che il guerriero cieco era morto, ritennero propizia l'occasione per riconquistare quello che avevano perduto. Il papa proclamò una crociata contro gli hussiti, e un poderoso esercito invase la Boemia, ma solo per andare incontro a una terribile disfatta. Fu bandita un'altra crociata, e in tutti i paesi d'Europa furono raccolti uomini, denaro e munizioni per la guerra. Innumerevoli schiere di soldati si arruolarono sotto la bandiera del papa, nella certezza che alla fine gli eretici hussiti sarebbero stati sterminati. Fiducioso nella vittoria, l'esercito penetrò in Boemia. Il popolo si riunì per respingerlo. I due eserciti opposti si avvicinarono l'uno all'altro fino a che solo un fiume li separo. « I crociati erano numericamente superiori, ma anziché attraversare il corso d'acqua e impegnare battaglia contro le forze hussite, rimasero fermi a osservare quei guerrieri » Wylie, vol. 3, cap. 17. D'improvviso un misterioso terrore si impossessò di loro e, senza colpo ferire, quella poderosa schiera di armati si disperse e si dissolse come polverizzata da un potere invisibile. L'esercito hussita, lanciatosi all'inseguímento del nemico in fuga, raccolse un immenso bottino di guerra. Così quella crociata, anziché impoverire la Boemia, l'arricchì.

Alcuni anni dopo, sotto un nuovo papa, si organizzò un'altra crociata. Come prima, uomini e mezzi furono raccolti in tutta Europa. Grandi erano gli allettamenti posti dinanzi a chi si fosse unito a questa impresa. A ogni crociato venne garantito il perdono assoluto dei più odiosi crimini commessi. Tutti coloro che sarebbero morti in battaglia avrebbero ricevuto una ricca rimunerazione celeste. Quelli che, invece, sarebbero sopravvissuti, avrebbero mietuto onori e ricchezze sul campo di battaglia. Fu messo insieme un poderoso esercito che attraversò la frontiera e invase la Boemia. Le forze hussite ripiegarono attirando gli invasori sempre più lontano dalle loro basi di partenza, e sempre più nel cuore del paese. Questa ritirata strategica degli hussiti fece credere ai crociati di avere ormai partita vinta. Ma non era così: gli eserciti di Procopio si fermarono e affrontarono gli invasori. I crociati, accortisi troppo tardi dello sbaglio commesso, ne commisero un altro: rimasero nei loro accampamenti in attesa degli sviluppi della situazione. Quando udirono il rumore delle forze nemiche che si avvicinavano, ancor prima che gli hussiti fossero in vista, furono colti da uno strano panico. Principi, generali, semplici soldati gettarono le armi e fuggirono in. ogni direzione. Invano il legato pontificio cercò di riunire quelle forze terrorizzate e disorganizzate: egli stesso fu trascinato Via dall'onda dei fuggitivi. La rotta fu totale, e di nuovo un immenso bottino cadde nelle mani dei vincitori.

Anche questa volta un potente esercito nemicol mandato dalle più forti nazioni europee e formato da uomini agguerriti, valorosi, bene addestrati e bene equipaggiati, era fuggito, senza difendersi, dinanzi ai difensori di una piccola e debole nazione. Gli invasori erano stati colpiti da un terrore soprannaturale: Colui che aveva rovesciato le schiere di Faraone al Mar Rosso, che aveva messo in fuga gli eserciti di Madian dinanzi a Gedeone e ai suoi trecento uomini, che in una sola notte aveva schiantato le forze dell'orgogliosa Assiria, aveva ancora una volta steso la sua mano per annichilire gli eserciti dell'oppressore. « Ecco là, son presi da grande spavento, ove prima non c'era spavento; poiché Dio ha disperse le ossa di quelli che ti assediavano; tu li hai coperti di confusione, perché Iddio li disdegna » Salmo 53: S.

1 capi della chiesa romana, disperando di poter vincere con la forza, ricorsero alla diplomazia. Si addivenne a un compromesso che, mentre ufficialmente accordava ai boemi la libertà di coscienza, in realtà li metteva in potere di Roma. I boemi avevano precisato quattro condizioni per il trattato di pace con Roma: libera predicazione della Bibbia; diritto dell'intera chiesa a partecipare, nella comunione, al pane e al vino, e uso della lingua materna per il culto; esclusione del clero da ogni ufficio o posizione di carattere secolare; in caso di crimini, sia per i laici che per gli ecclesiastici, valeva la giurisdizione dei tribunali civili. Le autorità della chiesa romana accettarono « i quattro articoli degli hussiti, riservandosi però il diritto che essi venissero spiegati, cioè che ne fosse determinata la portata dal concilio. In altri termini, tale facoltà era concessa al papa e all'imperatore » Wylie, vol. 3, cap. 18. Su questa base l'accordo fu raggiunto; e Roma, con la dissimulazione e con la frode, riuscì a ottenere quello che non era riuscita a conseguire con la guerra. Infatti, mettendo la propria interpretazione sugli articoli proposti dagli hussiti, come anche sulla Bibbia, essa poteva pervertire il loro significato, sì da farli servire ai suoi scopi.

In Boemia molti non acconsentirono al trattato, visto che esso tradiva la loro libertà. Ne seguirono dissensi, divisioni e spargimento di sangue. In questa lotta perse la vita il prode Procopio, e con lui Praticamente ebbe fine la libertà boema.

Sigismondo, il traditore di Huss e di Gerolamo, divenne re di Boemia e dimentico del giuramento fatto di sostenere i diritti dei boemi, aprì le porte al papato. Però egli trasse ben poco profitto dal suo servilismo per Roma. Infatti, per circa vent'anni la sua esistenza era stata piena di fatiche e di pericoli, i suoi eserciti erano stati sistematicamente sconfitti e le finanze ridotte a zero dalla lunga e infruttuosa guerra. Dopo un anno di regno egli morì, lasciando la sua nazione in una situazione vicina alla guerra civile e tramandando ai posteri un nome macchiato dall'infamia.

Tumulti, risse e sangue continuarono. Il paese venne nuovamente invaso dagli eserciti stranieri, mentre i dissidi interni straziavano la nazione. Quanti rimasero fedeli al Vangelo furono oggetto di sanguinose persecuzioni.

Gli aderenti all'antica fede fondarono una chiesa che prese il nome di « Fratelli uniti ». Questo fatto attirò su loro maledizioni da ogni parte; ma la fermezza dei credenti non venne meno. Sebbene costretti a rifugiarsi nei boschi e nelle caverne, essi continuarono a riunirsi per leggere la Parola di Dio e per celebrare il loro culto.

Mediante dei messaggeri segretamente inviati in vari paesi, essi appresero che qua e là vi erano « altri confessori della verità, alcuni in una città, altri in un'altra e, come loro, oggetto di persecuzioni. In mezzo alle montagne delle Alpi esisteva un'antica chiesa rimasta fedele ai princìpi della Sacra Scrittura e che protestava contro l'idolatrica corruzione di Roma » Wylie, libro 3, cap. 19. Questa notizia fu accolta con immensa gioia e diede origine a una corrispondenza con i cristiani valdesì.

Attaccati all'Evangelo, i Boemi aspettarono, nella buia notte della persecuzione, nell'ora più oscura, volgendo lo sguardo verso l'orizzonte il sorgere del mattino. « Erano giorni tristi, ma... essi ricordavano le parole di Huss e di Gerolamo secondo cui sarebbe passato un secolo prima che spuntasse il giorno fatidico. Per i taboriti (hussiti) esse furono come le parole di Giuseppe alle tribù d'Israele: lo muoio, ma Dio per certo vi visiterà e vi farà uscire" » Ibidem. « Il periodo finale del quindicesimo secolo vide il lento ma sicuro progresso delle chiese dei fratelli, che anche se non esenti da molestie, godettero di un relativo riposo. All'inizio del sedicesimo secolo, in Boemia e in Moravia se ne contavano duecento » Ezra Hall Gillett, Life and Times of John Huss, vol. 2, p. 570. « Così risultò abbastanza numeroso il residuo che, sfuggendo alla furia devastatrice del fuoco e della spada, salutò l'alba del giorno preannunciato da Huss » Wylie, vol. 3, cap. 19.


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